domenica 16 febbraio 2014

TEX & BONELLI


Qualche mese fa, a due anni dalla scomparsa di Sergio Bonelli, la casa editrice che ancora porta il suo nome ha distribuito nelle edicole una pubblicazione “bifronte”, volumetto più DVD, per rievocarne la memoria e i molteplici talenti. Se l’albo rimane pregevole, con la ristampa della storia “L’uomo del Texas” (con testi di Sergio Bonelli e disegni di Aurelio Galleppini) e brevi interventi sull’uomo e la casa editrice, è il DVD il pezzo forte dell’iniziativa. Giancarlo Soldi, regista e appassionato di nuvolette, gira e presenta, sotto forma di istrionico intrattenitore, “Come Tex nessuno mai”, un viaggio avventuroso che si snoda lungo la vita della casa editrice e del suo principale timoniere. Dalle origini, quando ancora si chiamava Audace ed era diretta da Tea madre di Sergio, fino ai giorni nostri, la Bonelli è mostrata attraverso i suoi personaggi e i suoi autori, ma soprattutto per mezzo delle parole di molti di coloro che vi collaborano o, semplicemente, ne leggono i fumetti: disegnatori, sceneggiatori, scrittori, collezionisti, artisti, registi, appassionati. Apripista di un successo lungo più di mezzo secolo è, ovviamente, Tex, personaggio del più ruvido Gianluigi Bonelli, che era solito dire “Tex sono io”. Lo seguono molti altri da Zagor a Dylan Dog, frutto dell’abilità di sceneggiatore e del fiuto di editore di Bonelli figlio. Ampio spazio anche per Mister No, “una serie in Sergio Bonelli poteva finalmente riversare molto più di sé”, spiega Soldi centrando perfettamente le sovrapposizioni tra i due, perché se Bonelli padre era Tex, Bonelli figlio era almeno un po’ Mister No. “Come Tex nessuno mai” è quindi un documentario su Gianluigi Bonelli? Su Sergio Bonelli? Su Tex? Tutto è legato, tutto si interseca. Non esiste fumetto italiano senza i Bonelli, non esiste Sergio Bonelli senza i fumetti. Lettore, prima ancora che autore ed editore, Sergio Bonelli è stato, ed è ancora tramite la sua eredità, il centro di gravità attorno cui ruota la maggior parte dell’immaginario a fumetti nostrano.

LA SCHEDA
Titolo: Come Tex nessuno mai
Autori: AA.VV.
Editore: Sergio Bonelli editore
Numero pagine: 64 + DVD
Prezzo: 9,90 euro

venerdì 17 gennaio 2014

BUON COMPLEANNO, POPEYE


“I yam what I yam an' tha's all I yam!” (“Io sono quello che sono e questo è tutto quello che sono!”), con queste parole Braccio di Ferro si presenta al proprio pubblico 85 anni fa, facendo subito intendere che non è tipo da piegarsi alle convenzioni e per nulla desideroso di apparire differente da ciò che è. Ma chi è Braccio di ferro? La sua prima apparizione avviene come comparsa all'interno della serie Thimble Theatre. Il protagonista Castor Oyl decidere di compiere un viaggio verso l'Africa e deve as soldare un marinaio che conduca la nave. La sua scelta cade proprio su Popeye, un tipo magrolino, dall'occhio guercio e dal linguaggio quantomeno traballante. Ma il personaggio ha troppe potenzialità perché l'autore Elzie Crisler Segar non continui a sfruttarlo, così dopo altre veloci apparizioni Braccio di Ferro diventa il vero protagonista della serie, che ben presto acquisisce come nuovo titolo il suo nome. Esuberante e irascibile, Braccio di Ferro è sempre pronto a mollare sganassoni, per la cui formidabile potenza Segar trova la giustificazione degli spinaci, di cui il personaggio si ciba in continuazione. Nel corso di lunghe avventure, portate sulla carta con un tratto solo apparentemente sgangherato ma in realtà geniale nella sua efficacia, il cast di personaggi si allarga. Entrano quindi in scena il padre Braccio di Legno, il figlioletto adottivo Pisellino, il mangione Poldo e molti altri, ognuno fortemente caratterizzato e destinato a supportare tormentoni ricorrenti.
Verso la metà degli anni Trenta arrivano anche i cartoni animati dei fratelli Fleischer. È in questa occasione che nasce il principale avversario di Braccio di Ferro: Bluto, poi ribattezzato Brutus, un un tipaccio barbuto che cerca di portare via la fidanzata Olivia a Braccio di Ferro, e che finisce sempre per buscarsi un sacco di cazzotti da quest'ultimo.
Alla prematura scomparsa di Segar, avvenuta nel 1938, la striscia di Popeye passa nelle mani di diversi artisti, fino a quando non si comprende che il più idoneo a continuarla è Bud Sagendorf, dal 1931 già assistente dello stesso Segar, che ammorbidisce il tratto e rende le storie più famigliari. In Italia il personaggio arriva nel 1935, pubblicato sulle riviste Cine Comico, Jumbo, Audace, ecc. Nel corso dei decenni sono molti gli editori che danno spazio alle sue storie, mentre tra gli anni Sessanta e Novanta le Edizioni Bianconi sviluppano una fiorente produzione nostrana, affidata ad artisti come Alberico Motta, Pierluigi Sangalli, Sandro Dossi, Tiberio Colantuoni.

sabato 11 gennaio 2014

SUPER BEVUTE





Dal Giappone bicchieri e tazze dedicate ai supereroi. Possono essere acquistate anche in Italia. Scrivere a fioridiciliegio@alice.it.

sabato 23 novembre 2013

AMORE SENZA PAROLE


Il fumetto è frutto di una combinazione tra immagini e parole nella quale il rapporto tra questi due fattori può essere estremamente variabile, al punto che possono esistere fumetti privi di parole. Anche in questo caso, che rappresenta una situazione limite (seppur ampiamente sfruttata nella storia del fumetto internazionale), il fumetto rimane comunque narrazione e la parola viene sostituita dalla gestualità, dalle espressioni facciali, da una formidabile padronanza della sceneggiatura. Si vuole insomma sottolineare che realizzare un fumetto senza parole non richiede meno lavoro e capacità, al contrario esige una grande padronanza del mezzo e formidabili doti narrative. Il volume Love, i cui personaggi sono esclusivamente animali, è in un certo senso obbligato a eliminare il testo dalle sue tavole, quantomeno i dialoghi, dopotutto nessuna creatura non umana è dotata di parola, ma rilancia la sfida eliminando anche didascalie e qualsiasi tipo di suono. Love è a tutti gli effetti “muto”, dato che nemmeno un ringhio, un grido, un suono turba l’affascinante silenzio delle sue tavole. Come per magia, tuttavia, quei suoni negati dal disegno riecheggiano comunque nella mente di chi gira le pagine, quasi ricordi atavici appartenenti a qualsiasi essere vivente. 
Non solo, la sfida di Love è duplice, poiché spurio anche di qualsiasi orpello buonistico e favolistico tipico di certa narrativa per ragazzi e cinematografia hollywoodiana avente quali protagonisti degli animali. Dovendo per forza di cose catalogarlo, si potrebbe collocare Love a metà strada tra i documentari di National Geographic e i romanzi di Jack London, prendendo dai primi il rigore scientifico e dai secondi la forza emotiva. 
Protagonista del volume è una tigre, di cui ovviamente non conosciamo il nome (gli animali non si danno nomi, abitudine tipicamente umana), che si addentra nella giungla alla ricerca di una preda. Seguendo le sue mosse lo spettatore (non lettore, visto che le parole sono state bandite) si immerge in un mondo selvaggio, probabilmente l’india di qualche secolo fa, un ambiente lussureggiante, strabordante di una fauna dai mille colori e dalle mille insidie. Nel folto dei suoi alberi, nelle acque dei suoi fiumi, lungo i suoi sentieri, si muovono centinaia di animali diversi. La tigre, generalmente cacciatrice, rischia talvolta di diventare preda, se si imbatte in creature più forti di lei o in altre più deboli ma capaci di di fare gruppo, come le scimmie, per contrastarla. Ecco un altro elemento peculiare del volume, la tigre non è né “buona” né “cattiva”, è solo una tigre che cerca di sopravvivere come la natura le ha insegnato. Per dirla con le poche parole che fanno da introduzione all’albo, “le bestie non si amano ma non si odiano nemmeno”, ma sono capaci di comportamenti sociali e di emozioni forti. Emozioni ben rese dal disegno di Federico Bertolucci che punta su una rappresentazione fedele della natura, ma mediata dal proprio gusto grafico e arricchita da una invidiabile padronanza del colore. Bertolucci senza rinunciare al realismo in alcune vignette riesce a fonderlo con una piccola dose di cartoons, che lo aiuta a rendere maggiormente espressivi gli animali. Le sue tavole alternano momenti di poesia a esplosioni di violenza, quando la quiete della foresta viene turbata dallo scontro feroce tra due o più animali, spesso destinato a lasciare dei morti sul terreno. 
Love contiene in sé elementi della commedia e del dramma, persino della tragedia, che la sceneggiatura di Frédéric Brrémaud impasta tra loro alternandoli con cura. Così, se la tigre che scivola attraversando un tronco, che funge da ponte su un fiume, ci fa sorridere per il suo goffo ma riuscito tentativo di non cadere in acqua, il cucciolo di scimmia stritolato dalle spire di un serpente ci comunica angoscia e tristezza per la prematura fine della simpatica creatura. La vita, sembra suggerire lo scrittore, è piena di alti e bassi, di imprevisti e persino di dolorose perdite, ma soprattutto non si ferma mai, neanche di fronte alla morte. Così l’attenzione si sposta già verso altri animali, verso altre situazioni, seguendo sempre il percorso della tigre che, per un motivo o per l’altro, ancora non è riuscita a mettere nulla sotto i denti. L’immedesimazione con la tigre, qui “protagonista” ricordiamolo, è in certe tavole immediata (come accade in quasi ogni opera di narrativa), grazie alla forte comunicativa dei suoi occhi e agli stupendi scenari in cui è immersa, ma quando lo stesso animale attacca con furia una preda una sorta di scarica emotiva attraversa la mente del lettore/spettatore, che forse rifugge da quella violenza o, peggio, scopre con timore di averne una piccola parte ancora dentro di sé, sepolta sotto strati di regole sociali. Tuttavia, la violenza della tigre ha una sua “purezza”, è finalizzata solo alla sopravvivenza, al procacciarsi il cibo, ed è inserita in un contesto ove il predatore può anche essere preda e viceversa. 
Per concludere, alcune note sulla bella edizione italiana del volume, che oltre a una buona carta e un’ottima stampa, vanta qualche pagina finale dedicata a schizzi e illustrazioni di animali, in altre parole studi preparatori per la versione definitiva. Unica critica che può essere sollevata è la mancanza di qualsivoglia dato sugli autori, Frédéric Brrémaud e Federico Bertolucci, che andrebbero valorizzati meglio viste le loro doti in ambito fumettistico. 



Frédéric Brrémaud e Federico Bertolucci
Love – La tigre
Edizioni BD
pp. 84
euro 12,00

giovedì 17 ottobre 2013

SAILOR TWAIN


Nel 1887 il battello Lorelei percorre avanti e indietro il fiume Hudson, con il suo carico di passeggeri e di segreti. Quasi tutta la vicenda ha luogo su quella grande nave fluviale, microcosmo di marinai ed eleganti viaggiatori, quasi costantemente circondato dalle acque seppur vicinissimo alla terraferma che per alcuni è impossibile raggiungere. Il suo capitano, Twain, è un evidente omaggio a Mark Twain (le cui opere, tra l’altro, circolano a bordo) e, oltre che della navigazione, deve occuparsi di qualcosa di ben più complesso e misterioso: una sirena. Trovata la mitologica creatura in fin di vita sul pontile, la nasconde in cabina e le presta tutte le cure necessarie, nascondendola agli occhi del resto del battello, e di conseguenza del mondo. Ma sul Lorelei vi sono altri segreti, altri enigmi, che presto si intrecciano con quello celato da Twain. Con un disegno affascinante nel suo essere evanescente, proprio come la creatura dei mari che deve rappresentare, Mark Siegel incanta il lettore e lo ipnotizza, trascinandolo in una corposa lettura di quattrocento tavole. Un graphic novel nel quale i personaggi acquistano spessore pagina dopo pagina, mentre il Lorelei naviga imperturbabile avanti e indietro, tra le acque, la pioggia e le nebbie dell’Hudson. Un romanzo che cita altri romanzi, veri o immaginari, leggende e sfuttatori di leggende, svelando alcuni enigmi ma lasciandone aperti altri. La lettura scorre fluida come il battello sul fiume, ma certi misteri sono pericolosi e il tentativo di fare luce sugli stessi può portare all’effetto contrario, creando nuove tenebre. Se ne accorgeranno il protagonista e i lettori.


LA SCHEDA
Titolo: Sailor Twain
Autore: Mark Siegel.
Editore: Bao Publishing
Numero pagine: 400
Prezzo: 18,00 euro

venerdì 27 settembre 2013

BREATHLESS HOMICIDAL SLIME MUTANTS


Nonostante l’aggressivo titolo, “Breathless Homicidal Slime Mutants” (traducibile all’incirca come “Mutanti bavosi assassini affannati”), questo tascabile non dedica molto spazio alle creature nate da mutazioni, rimane tuttavia caldamente consigliato per gli appassionati di fantascienza e di illustrazione. Come suggerisce il sottotitolo, “The Art of the Paperback”, si tratta di una corposa raccolta di copertine di paperback, le edizioni librarie tascabili ed economiche del mercato statunitense, in particolare degli anni 40/50/60. Per tali pubblicazioni l’impatto grafico dato dalla copertina rappresenta un elemento fondamentale nella spinta all’acquisto. Le immagini devono quindi essere accattivanti, suggestive, d’impatto. Che si tratti di cowboy, detective, soldati, pirati o, appunto, mutanti, i personaggi in copertina devono attrarre l’occhio del lettore, spingerlo ad afferrare il volume e spendere qualche dollaro per acquistarlo. E ci riescono benissimo, con una varietà di stili e scelte grafiche da far invidia ai moderni costosi volumi cartonati. A realizzarle sono alcuni dei migliori illustratori del tempo, molti dei quali (come Rudolph Belarski e Norman Saunders) provenienti dal mondo dei pulp, le riviste a basso costo che a loro volta facevano delle immagini un punto di forza. Se amate i libri e l’illustrazione, questo volume non può mancare sugli scaffali della vostra libreria.

LA SCHEDA
Titolo: Breathless Homicidal Slime Mutants
Autore: Steven Brower
Editore: Universe Publishing
Numero pagine: 304
Prezzo: 7,98 dollari

lunedì 23 settembre 2013

AVVENTURE AEREE


Una cosa è certa, Romain Hugault è nato per disegnare aerei e sembra esserne conscio, visto che concentra la propria attività su serie aviatorie. Il Gufo Reale (mini di tre volumi alla francese, pubblicati in Italia in un unico tomo) ne è l’esempio perfetto. I caccia della Seconda Guerra Mondiale si librano tra le sue tavole come giganteschi uccelli metallici, pronti ad avvitarsi in acrobazie formidabili e realistiche. Curati nei minimi dettagli, formano spettacolari stormi che invadono e dominano i cieli, mentre sotto di loro si stendono paesaggi sterminati e suggestivi. 
La storia è ambientata nel 1943, sul fronte orientale, con la Lutwaffe che contrasta efficacemente le truppe russe. L’aviazione sovietica è tecnologicamente inferiore, ma compensa i limiti dei mezzi con l’eroismo dei propri piloti. Tra loro vi sono anche delle donne, tra cui Lilya (personaggio storicamente esistito), la cui abilità è superiore a quella della maggior parte dei colleghi maschi. È in quei cieli azzurri che Lilya si scontra con Wulf, asso tedesco. Ma i due sono destinati a incontrarsi anche a terra, mentre scocca una scintilla che dovrebbe essere proibita a chi milita su fronti opposti. Per quanto fedeli alla propria patria, non vedono di buon occhio i rispettivi regimi: Wulf odia l’ideologia nazista e Lilya non si sente a proprio agio con lo sciovinismo e la cieca obbedienza stalinista. Così, mentre a gestire le loro prodezze nei cieli pensano la matita e i colori (stupendi) di Hugault, è lo sceneggiatore Yann a occuparsi del lato umano della storia, raccontando l’intrecciarsi di due vite apparentemente agli antipodi e la tragedia di una guerra cui si accompagnano ideologie distruttive. 



LA SCHEDA
Titolo: Il gufo reale – Battaglie nei cieli (collana Historica n.5)
Autori: Yann (testi) e Romain Hugault (disegni)
Editore: Mondadori
Numero pagine: 152
Prezzo: 12,99 euro

domenica 8 settembre 2013

LONE RANGER IN GIAPPONE


Il recente film dedicato a Lone Ranger ha spinto un negozio della catena Mandarake (giapponese, ovviamente) a dedicare una bella vetrina a gadget vintage dedicati al personaggio. Meraviglia!

mercoledì 10 luglio 2013

FANTASY & SCIENCE FICTION: QUALCHE CONSIDERAZIONE

Ho appena acquistato il primo numero del magazine Fantasy & Sciente Fiction (in edicola per Elara srl) e devo dire che mi ha lasciato abbastanza perplesso. Preciso subito che ancora non l’ho letto e che quindi i miei dubbi (e le mie critiche) si riferiscono più all’aspetto grafico che non a quello contenutistico, anche se le due cose non sono poi così slegate. Tra l’altro, visti i nomi degli autori dei racconti contenuti (gente come Bradbury, Simak, Ellison, ecc.), presumo che i contenuti siano ottimi, perlomeno presi singolarmente.
Andiamo al nocciolo: la grafica. So per esperienza che spesso chi si occupa di letteratura considera questioni come grafica, impaginazione, immagini, ecc. come marginali. Ciò che importa, per tale scuola di pensiero, sono i contenuti: i racconti. In linea di massima, il discorso non farebbe una piega, ma allora perché non fare una copertina bianca o a tinta unita (come le bellissime cover dei tascabili Adelphi)? Inoltre si potrebbero evitare le illustrazioni interne, o addirittura evitare di stampare su carta, fare un bel file word e scaricarselo sul computer (magari spendendo solo 90 centesimi invece che 5,90). Per il sottoscritto l’occhio vuole la sua parte, e ritengo di non essere il solo a pensarla così. La cover di Fantasy & Sciente Fiction 1 è abbastanza anonima: l’immagine di Yuehui Tang è tecnicamente impeccabile, ma non comunica molto, addirittura in mancanza di logo non si capirebbe trattarsi di una rivista di SF e Fantasy. All’interno pagine banalmente impaginate su una o due colonne (a proposito perché alcuni racconti su due e alcuni su una?), con una cornice bianca più spessa nella parte inferiore ma col numero di pagina messo su quella superiore, dove c’è meno spazio (boh). Le (poche) illustrazioni interne in b/n non sono firmate (altra cosa inspiegabile, o forse non si ritiene importante l’illustratore?) e stampate così così su una carta non ottimale. Peccato, perché sono davvero belle. E via con altri piccoli dettagli, come l’editoriale senza un titolo, le font poco azzeccate dei titoli dei racconti (tranne “Plumage from Pegasus”, che ha anche un disegnino, ma essendo in inglese è forse la grafica originale). E via dicendo. Insomma. Sul fronte dell’immagine bocciata. E, ribadisco, per me in campo fantasy e fantascientifico l’immagine ha grande importanza.
Passiamo a questioni strutturali, e quindi maggiormente contenutistiche. A mio avviso Fantasy & Sciente Fiction non è una rivista, ma una raccolta di racconti, un libro quindi. Qual è la differenza tra una rivista è un libro? Io la vedo così: un libro è un punto su una mappa, una rivista è la mappa. Nel senso che un libro è compiuto in sé, autoreferenziale, una rivista, invece, deve anche fornire un quadro di insieme, deve mostrami le strade che collegano i vari punti, deve farmi scoprire nuove strade, deve indicarmi le città come le colline, i fiumi, i porti, ecc. Insomma, in una rivista mi aspetto di trovare racconti, interviste, articoli, novità, sguardi su nuove tendenze, nuovi punti di vista su opere del passato e via dicendo. Una rivista deve essere una bussola, una mappa del tesoro, un forziere pieno di meraviglie.
Continuerò a comprare Fantasy & Sciente Fiction, perché voglio sostenere chi cerca di portare la SF nel periglioso mare delle edicole e perché (come dicevo all’inizio) gli autori pubblicativi sono straordinari, ma da chi sta al timone di questa astronave diretta verso il buco nero dell’editoria italiana mi aspetto molto più coraggio e più inventiva. State esplorando la spazio infinito, gente, cercate di mostrarvi degni di Buck Rogers.

martedì 18 giugno 2013

NO PASARAN

Per chi non lo conoscesse, Max Fridman è un personaggio creato dal fumettista Vittorio Giardino nell’ormai lontano 1982. Protagonista di tre avventure leggibili autonomamente, l’ultima delle quali, composta da tre volumi alla francese (grande formato, una sessantina di tavole a colori), è stata recentemente raccolta in un unico libro sotto il titolo No Pasaràn. Fridman vive nella Svizzera degli anni Trenta, ma, in un certo senso, è più europeo di quanto possano esserlo molti dei suoi lettori oggi. È infatti nato in Francia, ha combattuto in Spagna contro il franchismo, gira mezzo continente per seguire la propria attività di commerciante di tabacco. Un uomo di mezza età, ebreo (particolare significativo, visto il periodo storico), vedovo, padre di una bambina. È anche una spia “riluttante”, viene infatti coinvolto suo malgrado in azioni di spionaggio condotte dai servizi segreti francesi. Ma in questa sede, come anticipato, ci si occupa della storia più recente, ambientata in Spagna alla fine del 1938. L’incipit è molto semplice: Ada Treves, vecchia amica di Fridman, si reca nella sua casa per chiedergli aiuto. Il marito, Guido, arruolato nelle Brigate Internazionali che combattono il generale Franco non dà sue notizie da mesi e anche i comandi militari sembrano non saperne nulla. Poiché Max è stato suo commilitone, e conosce bene la Spagna, sarebbe un “segugio” ideale da mettere sulle tracce dello scomparso. Inizialmente titubante, Max infine accetta e parte per la penisola iberica attraversata da una sanguinosa guerra civile, alimentata da un lato dai nazifascisti e dall’altro dal resto d’Europa, in particolare dalla Russia comunista. Da quel momento la narrazione si sdoppia muovendosi su due piani, il presente e il passato, mostrato attraverso lunghi flashback. L’intento di Giardino appare immediatamente evidente, raccontare una storia (o delle storie, visto che il destino del protagonista si intreccia con quello di molti altri personaggi) all’interno della Storia (con la “s” maiuscola). A tal proposito, l’introduzione al volume, di Pepe Gàlvez, recita “No pasaràn è un libro di finzione, in cui niente o molto poco di ciò che viene presentato è accaduto. Eppure tutto o quasi tutto sarebbe potuto tranquillamente accadere.” Già, perché è proprio questo il senso e l’obiettivo della narrativa (letteratura o fumetto poco importa): raccontare storie verosimili, non riprodurre per filo e per segno eventi realmente accaduti, compito riservato al giornalismo o al documentario. La verosimiglianza è, per molti versi, un mezzo narrativo più forte e incisivo, poiché fornisce all’autore maggiore margine di manovra e gli consente di inserire, tramite i propri personaggi, innumerevoli punti di vista e spunti di riflessione. Il doppio viaggio di Fridman, alla ricerca dell’amico e sul filo dei ricordi, fornisce uno spaccato accurato e ottimamente documentato di un conflitto che ha condizionato l’Europa intera, di cui poco si parla e su cui ancor meno si riflette. Gli esseri umani, purtroppo, tendono a ripetere i medesimi errori e, ancora peggio, sono propensi a catalogare le cose in bianco e nero, quando invece la realtà è composta da un’infinita gamma di grigi. Max Fridman, che a sua volta ha militato nelle Brigate Internazionali, ogni qual volta gli viene chiesto se combatteva per i comunisti risponde: “no, combattevo per la Repubblica”, rifuggendo una contrapposizione semplicistica, quasi manichea, a cui anche noi italiani non siamo per niente immuni, portandoci da quasi un secolo sulle spalle un macigno ideologico che vede contrapporsi fascismo e comunismo quando la realtà sta perlopiù in mezzo, o al di fuori, di queste due ideologie. Così, Max Fridman cerca di districarsi tra i combattimenti, gli schieramenti ideologici e gli agguati di chi vuol fargli la pelle (da un parte e dall’altra) perché sta mettendo il becco in una faccenda delicata. Gli uomini di principi, abituati a ragionare con la propria testa, non piacciono né ai fascisti, né ai comunisti. Non si fraintenda, Max Fridman è ben lontano dall’essere l’eroe senza macchia e senza paura del fumetto avventuroso per ragazzi, al contrario ha limiti e timori del tutto umani, dopotutto non si può essere coraggiosi se prima non si ha paura, altrimenti si è solo incoscienti. Alla fine, arriverà a sbrogliare la matassa, ma trovando ancora una volta la conferma di una spiacevole verità: la vita di chi non accetta acriticamente gli ordini è certamente più difficile e più pericolosa di chi si piega ai comandi.
L’esserci dilungati sui contenuti di No pasaràn, piuttosto che sull’aspetto grafico, non deve essere visto come una carenza di quest’ultimo, al contrario come una straordinaria ricchezza dei primi. Il Giardino disegnatore, infatti, non è da meno del Giardino scrittore. Il suo disegno di matrice realistica vanta una formidabile eleganza nelle forme e nei colori, mentre le sue tavole sono uno straordinario esempio di ordinata regia. Curate in ogni dettaglio, le singole vignette sono “foto” di luoghi e avvenimenti. Viste in sequenza vantano il giusto dinamismo in una storia in cui l’azione non ha un ruolo preponderante, ma è comunque significativa. Lo stile di Giardino media tra la scuola italiana e quella francofona, ammorbiditosi nel corso degli anni ha raggiunto risultati eccellenti in ogni aspetto, segnalandosi anche per la cura delle espressioni facciali del protagonista, nei cui occhi azzurri si possono facilmente leggere emozioni che spesso non rivela a parole.
In chiusura, ci permettiamo di sussurrare una richiesta all’autore: ambientare la prossima avventura di Fridman nell’Italia pre secondo conflitto mondiale, per mostrarci con la medesima accuratezza storica, e scevro da paraocchi ideologici, un periodo cruciale della nostra storia troppo spesso pericolosamente rimpianto o superficialmente ignorato. Dopotutto, il modo migliore per evitare di ripetere un errore è averne piena consapevolezza.


Vittorio Giardino, No pasaràn, Rizzoli – Lizard, pp. 224, euro 22,00

 

venerdì 24 maggio 2013

ALBERICO MOTTA


“Ho iniziato a disegnare le prime storie sui banchi della scuola media, di nascosto dagli austeri professori di allora, che ti davano le bacchettate sulle mani quando ti scoprivano a fare qualcosa di diverso dal calcolo di quante parti di torta ti rimanevano se ne mangiavi tre quarti (magari!). Erano gli anni Cinquanta e si era fortunati quando si riusciva a rimediare un block notes a quadretti, mentre per l'album da disegno e i pastelli si doveva aspettare Natale!” 

Così ricorda la sua infanzia Alberico Motta, una delle matite, e penne, più prolifiche del panorama italiano, che di quella originaria passione per le nuvolette ha fatto una professione. 
Nato a Monza il 6 ottobre del 1937, Motta abbozza le prime storie a fumetti in giovanissima età, influenzato dalle storie lette sul settimanale Il Vittorioso. Dimostrando una notevole determinazione, oltre a un pizzico di sfacciataggine, ancora adolescente decide di proporsi a un editore. 
“Mi rivedo ragazzino di 14 anni, con il blocchetto e una matita nella tasca dei calzoni corti un po’ sgualciti, ma con tanto coraggio da uscire dalla vecchia cascina della campagna monzese per avventurarmi con il tram nella grande Milano… e nessuna paura di presentarmi a un editore vero, uno che aveva il suo nome stampato sul giornaletto di Cucciolo e Tiramolla. Beppe Caregaro, un vero signore! Mi fece entrare nel suo ufficio e sedere accanto a lui, sulla poltrona di pelle nera. Si fece un sacco di risate con le mie storielle strampalate. Che successo!” 
Quel ragazzino intraprendente è ancora immaturo, ma i consigli di Caregaro gli sono utili per migliorare i propri disegni, che continua a realizzare anche mentre frequenta l’Istituto Tecnico da Perito Industriale. Qualche anno dopo decide che è arrivato il momento di riprovarci e questa volta bussa alla porta dell’editoriale Dardo, il cui titolare, Gino Casarotti, lo invita a sostituire il ragazzo di redazione partito per il servizio di leva. È il 1954 e Motta comincia ad affrontare il lavoro di redazione (di pomeriggio, dopo la scuola), tagliando e impaginando storie a fumetti altrui, ma anche sviluppando la propria manualità completando vignette e scrivendo titoli. Inoltre, entra in contatto con alcuni professionisti del tempo, come Antonio Canale, la EsseGesse, Antonio Terenghi, Sandro Angiolini. Proprio quest’ultimo è il suo primo maestro, e gli insegna i fondamentali del disegno, quella tecnica necessaria per mettere sui giusti binari la sua creatività. È proprio in sostituzione di Angiolini che realizza le sue prime storie da professionista, brevi fumetti di Chicchirichì, buffo galletto protagonista di una testata, a cui seguono quelli di altri personaggi, come Romoletto, Stanlio e Ollio, Pachito e Lala, ecc. Si cimenta inoltre nella stesura delle prime sceneggiature e nella realizzazione di copertine, in stile realistico a tempera, per Capitan Miki e Blek. 
Poiché in Dardo le testate umoristiche cominciano a scarseggiare, nel 1957 comincia a collaborare con l’Alpe, disegnando storie del simpatico Cucciolo e dell’elastico Tiramolla. 
Dopo il servizio militare, il rapporto di amicizia con Pier Luigi Sangalli, con cui da ragazzino aveva disegnato il giornalino dell’Oratorio, favorisce l’approccio alla casa editrice di Renato Bianconi. Sono i primi anni Sessanta. Dopo aver scritto e disegnato storie di suoi personaggi – Ursus, Napoleone Sprint, Alì Salam, I due carcerati, Nerone e altri – Motta comincia a realizzare testi per altri autori dello staff. All’interno della struttura Bianconi diviene una sorta di direttore artistico, anche se ufficialmente non investito di tale responsabilità. Un ruolo, questo, inizialmente spettante a Michele Gazzarri, ma poi passato nelle mani di Motta, che all’interno di una divisione programmata dei compiti scrive quasi tutte le sceneggiature dell’editore, firmando circa 8.000 pagine l’anno per Soldino, Felix, Pinocchio, Chico, Braccio di Ferro, Provolino e molti altri. Anche Geppo viene a lungo sceneggiato da lui, dopo che Sangalli ha varato la testata del diavolo buono e ne ha tenute le redini per quasi due anni. Inoltre, Motta introduce il metodo dello storyboard, fornendo un maggiore supporto visivo agli artisti. In mezzo a tale sterminata produzione trova anche il tempo per alcuni progetti personali, come una testata tutta sua, Pierino (in seguito divenuto Niko), storie di Felix, Chico, Tom & Jerry e infine la serie Big Robot, sorta di risposta italiana all’invasione dei robottoni giapponesi, nella quale con un disegno pulito e plastico reinterpreta i topoi grafici del genere, personalizzandoli in modo piacevolissimo. 
Alla ricerca di nuove opportunità e di nuovi stimoli, nel 1980 Motta approda allo staff di IF dedicandosi alla realizzazione di storie Disney per il settimanale Topolino, inclusa la prima colorata con tecniche digitali, e ad attività collaterali quali illustrazioni per manuali Disney, copertine di videocassette di cartoni animati e immagini pubblicitarie. Col subentrare della crisi editoriale, negli anni Novanta si concentra sul mondo della pubblicità in qualità di art director di un’agenzia, mentre nel decennio successivo si occupa di comunicazione per importanti aziende. Ma la sua passione per il fumetto resta, manifestandosi nella cura di alcune mostre e nella ristampa di sue opere del passato, come la splendida serie di Big Robot.


SABATO 8 GIUGNO, DALLE ORE 15.00 ALLE ORE 17.00, ALBERICO MOTTA SARÀ PRESENTE ALL'EVENTO COSMIC JAPAN PRESSO LA LIBRERIA COSMIC COMICS DI FIDENZA (PR), IN VIA GRAMSCI 67/B. IN TALE OCCASIONE PARLERÀ DELLA NASCITA DI BOG ROBOT, CHIACCHIERERÀ CON I PRESENTI, FIRMERÀ IL PRIMO VOLUME DI BIG ROBOT E DELLE CARTOLINE (GRATUITE). NON PERDETEVELO.


mercoledì 15 maggio 2013

KOGARATSU SU LANCIOSTORY


La narrativa giapponese, disegnata e non, è ricca di samurai. Cosa affatto strana visto il passato storico dell'arcipelago. La figura di guerriero armato di katana appare invece meno frequentemente nell'immaginario occidentale, anche se in alcuni casi ha saputo attirare prepotentemente l'attenzione del pubblico. Tra le opere meglio riuscite dei questo filone si inserisce a pieno titolo la serie francese (di Bosse e Michets) "Kogaratsu", incentrata sul samurai dal medesimo nome. Una serie nella quale sia scrittore sia disegnatore mostrano di avere assorbito appieno, e sapientemente rielaborato sotto forma di racconti e immagini, le atmosfere del Giappone antico, il codice dei samurai, la complessa mitologia e la vita quotidiana di un mondo ormai scomparso. E se disegno e colori incantano l'occhio, la mente è totalmente rapita dal codice d'onore dei samurai, dalle metafore dei vecchi saggi, dai misteri della natura. Una serie in cui la BD sposa felicemente i miti del Sol Levante, giungendo a un risultato finale che, ne siamo sicuri, piacerebbe molto anche al pubblico nipponico.