venerdì 16 gennaio 2026

IL FIUTO DI SHERLOCK


Quando, nei primi anni Ottanta, l’impetuoso vento degli anime fa svolazzare le pagine di quasi tutte le riviste italiane per ragazzi, portandole a ospitare manga, spaghetti manga e materiali di ogni genere legati ai popolari personaggi televisivi giunti dal Giappone, una delle poche a resistere, mantenendosi fedele alla propria linea editoriale, è «il Giornalino». Il noto settimanale cattolico continua a pubblicare i propri fumetti, generalmente italiani e francesi (con pezzi da novanta come Lucky Luke), affiancati da redazionali illustrati su sport, animali, personaggi televisivi e via dicendo. Un unico personaggio proveniente dal Sol Levante fa breccia nella mente della redazione e nel cuore dei lettori: lo Sherlock canino della serie animata televisiva Il fiuto di Sherlock Holmes.


L’anime

Il fiuto di Sherlock Holmes (in Giappone Meitantei Holmes) è una serie in 26 episodi prodotta dalla nipponica Tokyo Movie Shinsha in collaborazione con l’italiana RAI. Anzi, l’idea iniziale è tutta italiana e per l’esattezza di Marco Pagot, del prestigioso Studio Pagot, fondato da suo padre Nino e suo zio Toni. Il giovane Marco, su invito della RAI, stende un dettagliato progetto teso a riproporre il celebre detective di Conan Doyle in una veste maggiormente adatta a un pubblico di giovanissimi e in versione canina. Tutti i personaggi, infatti, sono cani antropomorfi. Il progetto piace alla TMS e all’artista italiano ne viene affiancato uno giapponese: Hayao Miyazaki, ai tempi astro nascente già molto apprezzato dai colleghi ma destinato alla fama internazionale solo in futuro, dopo la creazione dello Studio Ghibli. Superata qualche difficoltà iniziale nella realizzazione, dovuta a costi molto alti (la qualità ha il suo prezzo), la serie viene finalmente conclusa e arriva anche in Italia, nel 1984. Inizialmente, a causa di una programmazione poco felice, gli ascolti non sono entusiasmanti, ma un po’ alla volta Sherlock diviene popolare e ciò spinge «il Giornalino» a interessarsene. Il settimanale è infatti solito proporre sulle proprie pagine versioni a fumetti di importanti personaggi dell’animazione, anche se fino a quel momento ha optato per serie statunitensi, soprattutto della Hanna & Barbera, come Gli Antenati (The Flinstones) e I Pronipoti (The Jetson). Ma Il fiuto di Sherlock Holmes è una bella serie, è mezza italiana e un altro componente dello Studio Pagot già lavora per il settimanale: Toni.


Arriva il fumetto

Toni Pagot, nome d’arte di Antonio Pagotto, oltre ad avere fondato col fratello Nino lo Studio Pagot, lavora anche come fumettista. Inizialmente collabora con il «Corriere dei Piccoli» e con il «Corriere dei ragazzi», che per lunga parte degli anni Settanta pubblicano la avventure a fumetti di Calimero, il pulcino piccolo e nero nato per l’animazione proprio all’interno dello Studio Pagot. A partire dal 1977 Toni passa sulle pagine de «il Giornalino» creando tra l’altro il personaggio di Micromino, un bambino orfano che vive nella città di Solipsia, in particolare nella sua discarica, situazione che consente all’autore di criticare la società dei consumi che produce rifiuti, non rispetta l’ambiente e dimentica i più deboli. Alcune avventure di Micromino appaiono sul settimanale in contemporanea con quelle di Sherlock.

E arriviamo proprio a Sherlock. Viene chiesto a Toni Pagot di scrivere le sceneggiature del fumetto, lasciando ad altri artisti i disegni. L’autore adatta a fumetti gli episodi dell’anime e, soprattutto, scrive avventure del tutto nuove, dato che il personaggio è ospitato con frequenza sulle pagine del settimanale fino al 1986, conquistandosi anche parecchie copertine.


I disegnatori

Dal punto di vista grafico, i fumetti di Sherlock non hanno nulla a che fare coi manga. La struttura delle tavole, dagli ordinati riquadri, ricorda più il fumetto italiano e la bande dessinee francese. Anche le inquadrature e i tempi narrativi sono europei, dopotutto ogni episodio è composto solo da 16 tavole e “spezzato” per essere presentato su due numeri consecutivi de «il Giornalino». A compiere l’impresa sono chiamati tre diversi disegnatori italiani, che si alternano nel realizzare le avventure investigative. 

Franco Oneta è forse quello col disegno più morbido e maggiormente in linea con la serie animata. Artista esperto,  per «il Giornalino» ha già disegnato versioni a fumetti di cartoni animati come Snorky, I PronipotiGli Antenati, YoghiScooby Doo. Sembra trovarsi a proprio agio con lo Sherlock canino e incantevoli sono le sua ambientazioni londinesi e inglesi.

Gino Gavioli per «il Giornalino» disegna, spesso su testi altrui, adattamenti in chiave umoristica di romanzi famosi, come “Don Chisciotte”, “Orlando lo strambo”, “Aladino”. Artista eclettico, si stacca dallo stile tradizionale, puntando su un tratto sottile e moderno, un po’ spigoloso e un po’ morbido, forse meno adatto a Sherlock ma sicuramente molto personale. Gavioli nelle vignette spesso si concentra su sfondi e mezzi, dando meno spazio ai personaggi che divengono piccole figure sullo sfondo. 

Infine troviamo Perogatt, nome d’arte di Carlo Peroni, che comincia la sua prolifica carriera di fumettista proprio sulle pagine de «il Giornalino» nel 1948 e per cui si occupa sia di storie proprie sia di adattamenti di cartoni animati. Peroni ama i personaggi stravaganti, si trova quindi a proprio agio quando nelle storie vengono inseriti  nuovi character oltre ai consueti Sherlock e Moriarty.

Complessivamente, quindi, i fumetti di Sherlock si presentano con una forte varietà stilistica, ma uniformi sotto il profilo narrativo: avventure investigative per ragazzi annaffiate con forti dosi di azione. Le storie sono leggibili autonomamnte e comprensibili anche senza aver visto l’anime. Lo Sherlock cane, nato in Italia, ma animato in Giappone, è tornato a casa. 





giovedì 8 gennaio 2026

MIELE di MILO MANARA

Miele fa la sua prima apparizione sulla rivista francese l’Echo des Savanes nel 1986, grazie alla storia Il profumo dell’invisibile, nata dopo la lettura del romanzo L’uomo invisibile di Herbert George Wells. Sessanta tavole di cui Miele è l’indiscussa protagonista e dalle quali emerge, completamente svelata all’occhio del lettore, tutta la sua sensuale femminilità. “Miele è un’idealizzazione, è la donna perfetta, sublimata”, spiega lo stesso Milo Manara, che per disegnarla utilizza quale inconsapevole modella Kim Basinger, a quel tempo elevata a ruolo di sexy icona hollywoodiana grazie al film 9 settimane e ½. Miele è anche la perfetta rappresentante della “donnina manariana” riassumendo in sé i canoni estetici presenti nella stragrande maggioranza delle ragazze disegnate dall’artista. Corportaura slanciata, gambe lunghe, seno prosperoso (ma non eccessivo), fondoschiena dalla morbida rotondità. A tutto ciò si aggiungono lunghi capelli biondi, occhi grandi e ammiccanti, labbra carnose e un naso appenna accennato. Una ballezza evidente, insomma, ma mai volgare, al contrario elegante nelle proporzioni come nelle movenze. Ma non si pensi a Miele come al classico stereotipo della ragazza bella e ochetta, o addirittura come all’indifesa fanciulla in attesa del principe azzurro. Tutto sommato, Miele si comporta fin troppo da maschiaccio, cavalca una rombante motocicletta, non esita a fare a botte, spesso veste in modo poco femminile: t-shirt e calzoncini, magari con un berrettino da marinaio (omaggio a Corto Maltese?). Eppure è un concentrato di femminilità, un’incantevole visione, un sogno proibito. 


DOLCE COME IL MIELE

Ne Il profumo dell’Invisibile Miele è una sorta di segretaria tuttofare di Beatrice, famosa ballerina classica. Il rapporto tra le due è abbastanza conflittuale e forse anche per questo motivo passano poco tempo assieme, per lo più punzecchiandosi a vicenda. Ma la vera distrazione per Miele è rappresentata da uno strano scienziato che ha inventato il modo per divenire invisibile. Poiché lo scopre involontariamente ed è l’unica a conoscerne il segreto, l’uomo comincia a seguirla e intavola con lei alcune conversazioni. È proprio durante tali incontri che vengono svelati molti dettagli sulla ragazza. Innanzitutto, l’uomo le domanda perché la chiamano Miele e, senza alcuna esitazione o pudore, lei risponde: “perché ce l’ho dolcissima. Almeno, così dicono.” Miele non sembra mai in imbarazzo, neanche quando si ritrova mezza nuda tra un vasto pubblico. Non si vergogna del proprio corpo e ha una visione scanzonata del sesso, che pratica senza inibizioni e usa come strumento per mettere in difficoltà l’uomo. È conscia che la sua bellezza e la sua sessualità attirano gli sguardi altrui, ed è pronta a utilizzare tale fatto a proprio vantaggio. È insomma lontanissima dall’idea di “donna oggetto”, al contrario è estremamente indipendente e intelligente, una figlia dei propri tempi.   


OLTRE L’INVISIBILE

Il profumo dell’invisibile ha un sequel, dal medesimo titolo ma seguito dal numero 2, nel quale Miele non appare. Questa volta, infatti, la protagonista è Bruna, ragazza altrettanto bella ma assai più perfida. Miele, però, non scompare dalla scena fumettistica. E come potrebbe? Dopotutto si tratta di una delle “donnine” più riuscite di Manara. Ricompare in sei racconti brevi dal titolo Miele I, Miele II, Miele III, Miele IV, Miele V e Miele VI (noti anche come Candid Camera), nei quali continua a lavorare nel mondo dello spettacolo, ma questa volta come giornalista e comparsa. È infatti al soldo di una piccola troupe televisiva intenta a realizzare delle candid camera, con una particolare propensione per quelle imbarazzanti. Durante una di queste, la troupe pone domande indiscrete o fa offerte provocatorie a passanti inconsapevoli, con l’intenzione di delineare i confini del comune senso del pudore e comprendere se quest’ultimo sia radicato nell’animo umano o derivi da imposizioni sociali e religiose. Così vengono avvicinate diverse donne a cui viene proposta una somma di denaro in cambio di uno spogliarello pubblico. Poiché nessuna delle interpellate accetta, per non fare fallire il servizio è proprio Miele a fingersi una passante e a sfilarsi, senza titubanza alcuna, le mutandine. Un gesto col quale ancora una volta dimostra prontezza d’animo e mancaza d’inibizioni.

Icona femminile di Manara, Miele fa qualche cameo in altri fumetti dell’artista, come Il gioco 2, nel quale si trova in uno studio televisivo e dà nuovamente spiegazione del proprio originale nome. Inoltre, appare in svariate illustrazioni, quale incantevole pin-up dalle forme dolci come il suo nome.