Per chi non lo conoscesse, Max Fridman è un personaggio creato dal fumettista Vittorio Giardino nell’ormai lontano 1982. Protagonista di tre avventure leggibili autonomamente, l’ultima delle quali, composta da tre volumi alla francese (grande formato, una sessantina di tavole a colori), è stata recentemente raccolta in un unico libro sotto il titolo No Pasaràn. Fridman vive nella Svizzera degli anni Trenta, ma, in un certo senso, è più europeo di quanto possano esserlo molti dei suoi lettori oggi. È infatti nato in Francia, ha combattuto in Spagna contro il franchismo, gira mezzo continente per seguire la propria attività di commerciante di tabacco. Un uomo di mezza età, ebreo (particolare significativo, visto il periodo storico), vedovo, padre di una bambina. È anche una spia “riluttante”, viene infatti coinvolto suo malgrado in azioni di spionaggio condotte dai servizi segreti francesi. Ma in questa sede, come anticipato, ci si occupa della storia più recente, ambientata in Spagna alla fine del 1938. L’incipit è molto semplice: Ada Treves, vecchia amica di Fridman, si reca nella sua casa per chiedergli aiuto. Il marito, Guido, arruolato nelle Brigate Internazionali che combattono il generale Franco non dà sue notizie da mesi e anche i comandi militari sembrano non saperne nulla. Poiché Max è stato suo commilitone, e conosce bene la Spagna, sarebbe un “segugio” ideale da mettere sulle tracce dello scomparso. Inizialmente titubante, Max infine accetta e parte per la penisola iberica attraversata da una sanguinosa guerra civile, alimentata da un lato dai nazifascisti e dall’altro dal resto d’Europa, in particolare dalla Russia comunista. Da quel momento la narrazione si sdoppia muovendosi su due piani, il presente e il passato, mostrato attraverso lunghi flashback. L’intento di Giardino appare immediatamente evidente, raccontare una storia (o delle storie, visto che il destino del protagonista si intreccia con quello di molti altri personaggi) all’interno della Storia (con la “s” maiuscola). A tal proposito, l’introduzione al volume, di Pepe Gàlvez, recita “No pasaràn è un libro di finzione, in cui niente o molto poco di ciò che viene presentato è accaduto. Eppure tutto o quasi tutto sarebbe potuto tranquillamente accadere.” Già, perché è proprio questo il senso e l’obiettivo della narrativa (letteratura o fumetto poco importa): raccontare storie verosimili, non riprodurre per filo e per segno eventi realmente accaduti, compito riservato al giornalismo o al documentario. La verosimiglianza è, per molti versi, un mezzo narrativo più forte e incisivo, poiché fornisce all’autore maggiore margine di manovra e gli consente di inserire, tramite i propri personaggi, innumerevoli punti di vista e spunti di riflessione. Il doppio viaggio di Fridman, alla ricerca dell’amico e sul filo dei ricordi, fornisce uno spaccato accurato e ottimamente documentato di un conflitto che ha condizionato l’Europa intera, di cui poco si parla e su cui ancor meno si riflette. Gli esseri umani, purtroppo, tendono a ripetere i medesimi errori e, ancora peggio, sono propensi a catalogare le cose in bianco e nero, quando invece la realtà è composta da un’infinita gamma di grigi. Max Fridman, che a sua volta ha militato nelle Brigate Internazionali, ogni qual volta gli viene chiesto se combatteva per i comunisti risponde: “no, combattevo per la Repubblica”, rifuggendo una contrapposizione semplicistica, quasi manichea, a cui anche noi italiani non siamo per niente immuni, portandoci da quasi un secolo sulle spalle un macigno ideologico che vede contrapporsi fascismo e comunismo quando la realtà sta perlopiù in mezzo, o al di fuori, di queste due ideologie. Così, Max Fridman cerca di districarsi tra i combattimenti, gli schieramenti ideologici e gli agguati di chi vuol fargli la pelle (da un parte e dall’altra) perché sta mettendo il becco in una faccenda delicata. Gli uomini di principi, abituati a ragionare con la propria testa, non piacciono né ai fascisti, né ai comunisti. Non si fraintenda, Max Fridman è ben lontano dall’essere l’eroe senza macchia e senza paura del fumetto avventuroso per ragazzi, al contrario ha limiti e timori del tutto umani, dopotutto non si può essere coraggiosi se prima non si ha paura, altrimenti si è solo incoscienti. Alla fine, arriverà a sbrogliare la matassa, ma trovando ancora una volta la conferma di una spiacevole verità: la vita di chi non accetta acriticamente gli ordini è certamente più difficile e più pericolosa di chi si piega ai comandi.
L’esserci dilungati sui contenuti di No pasaràn, piuttosto che sull’aspetto grafico, non deve essere visto come una carenza di quest’ultimo, al contrario come una straordinaria ricchezza dei primi. Il Giardino disegnatore, infatti, non è da meno del Giardino scrittore. Il suo disegno di matrice realistica vanta una formidabile eleganza nelle forme e nei colori, mentre le sue tavole sono uno straordinario esempio di ordinata regia. Curate in ogni dettaglio, le singole vignette sono “foto” di luoghi e avvenimenti. Viste in sequenza vantano il giusto dinamismo in una storia in cui l’azione non ha un ruolo preponderante, ma è comunque significativa. Lo stile di Giardino media tra la scuola italiana e quella francofona, ammorbiditosi nel corso degli anni ha raggiunto risultati eccellenti in ogni aspetto, segnalandosi anche per la cura delle espressioni facciali del protagonista, nei cui occhi azzurri si possono facilmente leggere emozioni che spesso non rivela a parole.
In chiusura, ci permettiamo di sussurrare una richiesta all’autore: ambientare la prossima avventura di Fridman nell’Italia pre secondo conflitto mondiale, per mostrarci con la medesima accuratezza storica, e scevro da paraocchi ideologici, un periodo cruciale della nostra storia troppo spesso pericolosamente rimpianto o superficialmente ignorato. Dopotutto, il modo migliore per evitare di ripetere un errore è averne piena consapevolezza.
martedì 18 giugno 2013
venerdì 24 maggio 2013
ALBERICO MOTTA
“Ho iniziato a disegnare le prime storie sui banchi della scuola media, di nascosto dagli austeri professori di allora, che ti davano le bacchettate sulle mani quando ti scoprivano a fare qualcosa di diverso dal calcolo di quante parti di torta ti rimanevano se ne mangiavi tre quarti (magari!). Erano gli anni Cinquanta e si era fortunati quando si riusciva a rimediare un block notes a quadretti, mentre per l'album da disegno e i pastelli si doveva aspettare Natale!”
Così ricorda la sua infanzia Alberico Motta, una delle matite, e penne, più prolifiche del panorama italiano, che di quella originaria passione per le nuvolette ha fatto una professione.
Nato a Monza il 6 ottobre del 1937, Motta abbozza le prime storie a fumetti in giovanissima età, influenzato dalle storie lette sul settimanale Il Vittorioso. Dimostrando una notevole determinazione, oltre a un pizzico di sfacciataggine, ancora adolescente decide di proporsi a un editore.
“Mi rivedo ragazzino di 14 anni, con il blocchetto e una matita nella tasca dei calzoni corti un po’ sgualciti, ma con tanto coraggio da uscire dalla vecchia cascina della campagna monzese per avventurarmi con il tram nella grande Milano… e nessuna paura di presentarmi a un editore vero, uno che aveva il suo nome stampato sul giornaletto di Cucciolo e Tiramolla. Beppe Caregaro, un vero signore! Mi fece entrare nel suo ufficio e sedere accanto a lui, sulla poltrona di pelle nera. Si fece un sacco di risate con le mie storielle strampalate. Che successo!”
Quel ragazzino intraprendente è ancora immaturo, ma i consigli di Caregaro gli sono utili per migliorare i propri disegni, che continua a realizzare anche mentre frequenta l’Istituto Tecnico da Perito Industriale. Qualche anno dopo decide che è arrivato il momento di riprovarci e questa volta bussa alla porta dell’editoriale Dardo, il cui titolare, Gino Casarotti, lo invita a sostituire il ragazzo di redazione partito per il servizio di leva. È il 1954 e Motta comincia ad affrontare il lavoro di redazione (di pomeriggio, dopo la scuola), tagliando e impaginando storie a fumetti altrui, ma anche sviluppando la propria manualità completando vignette e scrivendo titoli. Inoltre, entra in contatto con alcuni professionisti del tempo, come Antonio Canale, la EsseGesse, Antonio Terenghi, Sandro Angiolini. Proprio quest’ultimo è il suo primo maestro, e gli insegna i fondamentali del disegno, quella tecnica necessaria per mettere sui giusti binari la sua creatività. È proprio in sostituzione di Angiolini che realizza le sue prime storie da professionista, brevi fumetti di Chicchirichì, buffo galletto protagonista di una testata, a cui seguono quelli di altri personaggi, come Romoletto, Stanlio e Ollio, Pachito e Lala, ecc. Si cimenta inoltre nella stesura delle prime sceneggiature e nella realizzazione di copertine, in stile realistico a tempera, per Capitan Miki e Blek.
Poiché in Dardo le testate umoristiche cominciano a scarseggiare, nel 1957 comincia a collaborare con l’Alpe, disegnando storie del simpatico Cucciolo e dell’elastico Tiramolla.
Dopo il servizio militare, il rapporto di amicizia con Pier Luigi Sangalli, con cui da ragazzino aveva disegnato il giornalino dell’Oratorio, favorisce l’approccio alla casa editrice di Renato Bianconi. Sono i primi anni Sessanta. Dopo aver scritto e disegnato storie di suoi personaggi – Ursus, Napoleone Sprint, Alì Salam, I due carcerati, Nerone e altri – Motta comincia a realizzare testi per altri autori dello staff. All’interno della struttura Bianconi diviene una sorta di direttore artistico, anche se ufficialmente non investito di tale responsabilità. Un ruolo, questo, inizialmente spettante a Michele Gazzarri, ma poi passato nelle mani di Motta, che all’interno di una divisione programmata dei compiti scrive quasi tutte le sceneggiature dell’editore, firmando circa 8.000 pagine l’anno per Soldino, Felix, Pinocchio, Chico, Braccio di Ferro, Provolino e molti altri. Anche Geppo viene a lungo sceneggiato da lui, dopo che Sangalli ha varato la testata del diavolo buono e ne ha tenute le redini per quasi due anni. Inoltre, Motta introduce il metodo dello storyboard, fornendo un maggiore supporto visivo agli artisti. In mezzo a tale sterminata produzione trova anche il tempo per alcuni progetti personali, come una testata tutta sua, Pierino (in seguito divenuto Niko), storie di Felix, Chico, Tom & Jerry e infine la serie Big Robot, sorta di risposta italiana all’invasione dei robottoni giapponesi, nella quale con un disegno pulito e plastico reinterpreta i topoi grafici del genere, personalizzandoli in modo piacevolissimo.
Alla ricerca di nuove opportunità e di nuovi stimoli, nel 1980 Motta approda allo staff di IF dedicandosi alla realizzazione di storie Disney per il settimanale Topolino, inclusa la prima colorata con tecniche digitali, e ad attività collaterali quali illustrazioni per manuali Disney, copertine di videocassette di cartoni animati e immagini pubblicitarie. Col subentrare della crisi editoriale, negli anni Novanta si concentra sul mondo della pubblicità in qualità di art director di un’agenzia, mentre nel decennio successivo si occupa di comunicazione per importanti aziende. Ma la sua passione per il fumetto resta, manifestandosi nella cura di alcune mostre e nella ristampa di sue opere del passato, come la splendida serie di Big Robot.
SABATO 8 GIUGNO, DALLE ORE 15.00 ALLE ORE 17.00, ALBERICO MOTTA SARÀ PRESENTE ALL'EVENTO COSMIC JAPAN PRESSO LA LIBRERIA COSMIC COMICS DI FIDENZA (PR), IN VIA GRAMSCI 67/B. IN TALE OCCASIONE PARLERÀ DELLA NASCITA DI BOG ROBOT, CHIACCHIERERÀ CON I PRESENTI, FIRMERÀ IL PRIMO VOLUME DI BIG ROBOT E DELLE CARTOLINE (GRATUITE). NON PERDETEVELO.
mercoledì 15 maggio 2013
KOGARATSU SU LANCIOSTORY
La narrativa giapponese, disegnata e non, è ricca di samurai. Cosa affatto strana visto il passato storico dell'arcipelago. La figura di guerriero armato di katana appare invece meno frequentemente nell'immaginario occidentale, anche se in alcuni casi ha saputo attirare prepotentemente l'attenzione del pubblico. Tra le opere meglio riuscite dei questo filone si inserisce a pieno titolo la serie francese (di Bosse e Michets) "Kogaratsu", incentrata sul samurai dal medesimo nome. Una serie nella quale sia scrittore sia disegnatore mostrano di avere assorbito appieno, e sapientemente rielaborato sotto forma di racconti e immagini, le atmosfere del Giappone antico, il codice dei samurai, la complessa mitologia e la vita quotidiana di un mondo ormai scomparso. E se disegno e colori incantano l'occhio, la mente è totalmente rapita dal codice d'onore dei samurai, dalle metafore dei vecchi saggi, dai misteri della natura. Una serie in cui la BD sposa felicemente i miti del Sol Levante, giungendo a un risultato finale che, ne siamo sicuri, piacerebbe molto anche al pubblico nipponico.
domenica 12 maggio 2013
mercoledì 17 aprile 2013
COMUNICAZIONE DI SERVIZIO
Messaggio per i frequentatori: Davide Castellazzi è anche su facebook, andate a trovarlo e chiedetegli l'amicizia, altrimenti si sente solo. E visto che siamo in tema facebook, consiglio anche la pagina di Jappamondo.
mercoledì 10 aprile 2013
NEVE
Il racconto Neve porta la firma di un autore occidentale, francese per l’esattezza, così come le illustrazioni che corredano le parole, ma è evidente che gli autori nel realizzare l’opera hanno attinto a un immaginario asiatico. Il protagonista Yuko Akita è un poeta di haiku, brevi componimenti poetici in tre versi, ed è incantato, quasi ossessionato dalla neve, tanto da voler dedicare tutta la prorpia arte a quell’unico soggetto, scrivendo esclusivamente poesie incentrate sul candido elemento. Un personaggio monolitico, quindi, vincolato a un mondo anacronistico che accetta di abbandonare solo per breve tempo, per raggiungere un maestro, cieco, che gli faccia comprendere i colori, unico elemento che sembra mancare nei suoi haiku, troppo bianchi, troppo simili alla neve. Scopre inoltre che il sensei ha perduto da tempo la moglie, un’equilibrista che, caduta dal proprio filo, giace ora congelata tra i ghiacci divenendo una sorta di involontario trade d’union tra i due. Tutto il racconto si basa quindi su elementi fortemente favolistici, che riescono in qualche modo a fare propri spezzoni della cultura e della mistica asiatica, ma che in fondo non portano in scena altro che l’ennesima quest, un tema universale che, proprio per questo motivo, appare tanto grande quanto vuoto, nel suo essere totalmente al di fuori di una realtà assai meno poetica e abitata da uomini necessariamente più pragmatici. Il medesimo discorso vale per le illustrazioni, che si rifanno alle stampe ukiyo-e, nelle fisionomie e nei volti allungati dei personaggi, e agli acquerelli cinesi nella stesura dei colori e nel minimalismo, ma che sono evidentemente frutto di un gusto occidentale per quadricromia e composizione. E nelle quali avrei gradito una maggiore presenza della neve, dopotutto elemento portante della storia. Il libro resta comunque di gradevole lettura, sorta di favola contemporanea tra neve e ghiaccio.
LA SCHEDA
Titolo: Neve
Autori: Maxence Fermine e Georges Lemoine
Editore: Bompiani
Numero pagine: 144
Anno: 2008
Prezzo: 12,00 euro
martedì 9 aprile 2013
sabato 6 aprile 2013
DISEGNARE IN STILE MANGA?
Vedo rimbalzare sulla rete domande di aspiranti autori di fumetti che disegnano in stile manga e vorrebbero sapere a chi rivolgersi per proporre le loro opere. Mi capita, anche, di incontrare giovani artisti pieni di belle speranze che hanno appreso i rudimenti del fumetto leggendo titoli giapponesi. Per tutti, alcuni dei quali anche bravi, il problema più difficile sembra quello di trovare un interlocutore editoriale.
Poiché della materia credo intendermene un po’, dato che ho curato (almeno all’inizio) il popolare corso per disegnare manga edito dalla DeAgostini e ho inventato e diretto la sfortunata rivista Mangaka (che ospitava solo manga di autori occidentali), provo a dire la mia, raccontando anche qualche dietro le quinte.
Quando DeA mi chiese di curare il famoso corso, la prima cosa che dissi fu “OK, noi gli insegnamo a disegnare in stile manga, ma poi che fanno? In Italia non esiste alcun editore intenzionato a pubblicare tale tipo di fumetti realizzati da artisti locali. Produciamo, insomma, dei disoccupati di talento.” La risposta fu semplice: “Noi gli vendiamo un sogno, non un lavoro.” Può sembrare cinica, come risposta intendo, ma è sensata. Qualsiasi corso – da scrittore, regista, illustratore, attore, ecc. – vende ai suoi acquirenti più sogni che realtà. Pochissimi di coloro che lo comprano diventeranno scrittori, registi, attori, ecc. Gli vengono forniti, insomma, informazioni e strumenti, ma la cosa il più delle volte resterà solo un passatempo. Per certe professioni lo studio non basta, serve anche il talento e, soprattutto, serve un mercato che accolga i nuovi arrivati. Per il fumetto tale mercato è risicatissimo, per i fumetti italiani in stile manga praticamente inesistente (con qualche piccola eccezione).
Il corso spopola, viene ristampato e venduto anche in versione digitale. Il sottoscritto allora pensa: “se questa ondata di emergenti non ha un mercato, cerchiamo di crearglielo.” Mi invento quindi un magazine che pubblichi solo manga realizzati da artisti occidentali (europei e americani). Ne scovo alcuni già bravini, professionisti e semiprofessionisti, e invito gli aspiranti italiani a partecipare. Ma le cose non vanno come sperato. Innanzitutto molti non capiscono il progetto, alcuni furbetti arrivano anche a ipotizzare che io scelga autori italiani perché costano meno (idiozia, costano meno quelli giapponesi). Tutta la rivista, redazionali inclusi, è incentrata su artisti occidentali perché questa è la sua filosofia, quella di una finestra aperta su un nuovo mondo di contaminazioni. Il magazine non incontra il successo sperato e chiude dopo soli due numeri. Poco male, non sempre ci si azzecca. Ma i suoi critici più feroci sono proprio i giovani lettori, che vogliono “veri” (in che senso, poi?) manga e non quelli made in Italy. Si crea, insomma, quella che io definisco “sindrome del poeta”. Mi spiego. Chiedete un po’ in giro e scoprirete che circa una persona su quattro scrive poesie, o le ha scritte in gioventù, o ha un libercolo già pronto nel cassetto, o vorrebbe scriverle in futuro. Poi andate a vedere le classifiche di vendita dei libri, o chiedete a qualche editore: i libri di poesia non vendono una cippa lippa. Come è possibile? Se praticamente tutti gli italiani sono poeti come mai i libri di poesia non vendono? Semplice, agli aspiranti poeti della poesia non importa nulla, o meglio gli importa solo della loro e di avere la possibilità di vedere il proprio nome stampato sulla cover di un libro (sai che soddisfazione…). Lo stesso processo funziona con gli italian manga. La maggior parte della moltitudine di acquirenti di Disegnare Manga non ha mai pensato di acquistare Mangaka perché non gliene è mai fregato nulla dei manga made in Italy, delle contaminazioni culturali, delle nuove tendenze grafiche e narrative. Gli importava solo di vedere il proprio nome su un fumetto, ops, un manga.
Ritorniamo quindi al quesito di apertura: disegnare in stile manga si o no? Mi spiace, non ho una risposta. Posso solo darvi un monito e un consiglio. Monito: con quello stile sarà difficilissimo trovare spazio in Italia. Consiglio: andate dove vi porta il cuore o, più prosaicamente, disegnate quello che vi sentite e che vi viene meglio, poi, quando sarà il momento di diventare professionisti (se mai arriverete a quel punto), dovrete imparare a mediare tra ciò che vi piace e ciò che il mercato richiede. Impresa ardua, ma questa è stampa, baby. Anzi, è la vita.
RICORDATEVI TWITTER!
Ehi, mi sto ammazzando di fatica per inserire news su twitter. Vi prego quindi di farci un salto. Cercate davidcastel e magari troverete anche qualche info che vi interessa.
martedì 2 aprile 2013
GAUCHOS!
Se in tempi andati erano illustratori e pittori a immortalare sulla carta i volti e le gesta dei gauchos, oggi è la macchina fotografica a bloccarne il fascino per poi trasmetterlo a chi non ha mai avuto occasione di cavalcare al loro fianco. Grazie a centinai di scatti, il fotografo argentino Aldo Sessa consegna alla storia non solo i volti, segnati dal sole e dal vento, dei più grandi cavallerizzi del Sud America, ma anche i dettagli della loro vita quotidiana e gli sterminati spazi in cui si muovono. Ritratti in posa o colti al lavoro, i gauchos di Sessa sembrano creature fuori dal tempo, provenienti da un passato di cui custodiscono con cura e un pizzico di gelosia oggetti e gesti, rituali e significati. Sui loro visi fieri è possibile scorgere i tratti somatici degli antenati spagnoli ma anche le contaminazioni indio, mentre gli utensili del quotidiano, gli strumenti di lavoro o piccolo piacere, assurgono quasi a oggetti d’arte, svelando l’orgoglio di un mondo duro e povero che ha saputo crescere e divenire tradizione. Risulta difficile credere che in questi tempi moderni, fatti di tecnologia e velocissimi mezzi di trasporto, da qualche parte del mondo esistano ancora uomini che si muovono a cavallo portando al fianco coltelli dall’impugnatura cesellata. Eppure, le immagini di Sessa testimoniano questa anomalia temporale, l’esistenza di un luogo ove la terra confina ancora col cielo e ove cavalcare è la cosa più normale che si possa immaginare. E se c’è un cavallo, non può mancare un gaucho.
LA SCHEDA
Titolo: Gauchos
Autore: Aldo Sessa (foto) e Juan José Güiraldes (testi)
Editore: Könemann
Numero pagine: 492
Anno: 2001
Prezzo: 9,99 sterline
venerdì 29 marzo 2013
LA MONTAGNA CHE CAMMINA
LA SCHEDA
Titolo: Carnera la montagna che cammina
Autore: Davide Toffolo
Editore: Coconino Press
Numero pagine: 160
Anno: 2012 (ma la prima edizione è del 2001)
Prezzo: 16,00 euro
L'ARTISTA DI ROCCIA
LA SCHEDA
Titolo: Man of Rock: a Biography of Joe Kubert
Autore: Bill Schelly
Editore: Fantagraphics Books
Numero pagine: 306
Anno: 2008
Prezzo: 19,99 dollari
venerdì 22 marzo 2013
LUCHA LIBRE!
Il libro è americano, come si intuisce dal titolo, ma si tratta di un’edizione bilingue (inglese e spagnolo) del messicano Espectacular de Lucha Libre. Basta sfogliare questo corposo volume, decisamente centrato sulle immagini più che sulle parole, per venire rapiti e incantati da un mondo sconosciuto e pittoresco fatto di lottatori mascherati e di eroi popolari, di sale gremite di spettatori e di esibizioni muscolari, di costumi sgargianti e povera gente. Un repertorio di immagini in bianco e nero e a colori che fa immediatamente comprendere come il fascino della Lucha Libre non si limiti al ring, ma raggiunga le strade e la vita quotidiana. Sorprende vedere i bambini giocare per strada indossando le maschere dei propri eroi, scoprire che il più grande fan di tale sport è stata dona Virginia Aguilera, vecchietta che a oltre novant’anni non si perdeva un incontro di lotta ed era pronta ad affrontare, armata di ombrello, i luchadores cattivi. La presenza femminile è forte anche sul ring, grazie a numerosissime lottatrici, famose quanto i colleghi maschi. E chi pensa che la Lucha Libre sia uno sport violento e volgare non si perda le foto e le parole di atleti come El Belo Greco e Sergio El Hermoso, dai modi eleganti e un po’ effemminati. L’intreccio tra Lucha e quotidiano si evidenzia invece nelle proteste per le elezioni truccate, guidate nel 1988 da alcuni luchadores, o nella figura di Fray Tormenta, un prete trasformatosi in lottatore per salvare un orfanotrofio. A volte la realtà è più fantastica della fantasia…
LA SCHEDA
Titolo: Lucha Libre – Masked Superstas of Mexican Wrestling
Autori: Carlos Monsivais (testi) e Lourdes Grobet (foto)
Editore: D.A.P.
Numero pagine: 320
Anno: 2005
giovedì 21 marzo 2013
KUNG FU!
LA SCHEDA
Titolo: Le figlie del Drago: corpo a corpo
Autori: Justin Grey e Jimmy Palmiotti (testi), Khari Evans (disegni)
Editore: Panini
Numero pagine: 144
Anno: 2007 Prezzo: 11,00 euro
WAR COMICS DI UNA VOLTA…
Anche se i tempi sono cambiati, molte riviste sono scomparse e i dati di vendita non sono più quelli di un tempo, in Inghilterra i war comics continuano a essere pubblicati. Negli ultimi anni la casa editrice Prion sta ristampando in edizioni da libreria molto materiale della Fleetway. Si tratta di volumi monografici di circa 800 pagine e dalla copertina semirigida, in cui vengono raccolte una dozzina di storie prelevate dai vecchi settimanali: War Picture Library, Battle Picture Library, ecc. Tra i più recenti vi è “Death or Glory”, volume uno della Battle Picture Library Collection. Chi mastica un po’ di inglese può immergersi nella lettura di questo corposissimo tomo (che tra l’altro fa un’ottima figura sugli scaffali di una libreria), scoprendo che tutto sommato le storie contenutevi sono ancora gradevoli. Certamente il costante uso delle didascalie e la struttura rigida delle tavole sono stati superati dal moderno modo di narrare, più rapido e visivamente accattivante, ma il disegno di matrice realistica, le sapienti inquadrature, la cura per armi e uniformi non hanno nulla da invidiare a fumetti contemporanei. Spiace solo che i redazionali consistano unicamente in due paginette introduttive e che manchino i nomi degli autori (evidentemente difficili da rintracciare), ma basta una visione dell’immagine di copertina, pittorica come tutte quelle della Fleetway, per invogliare alla lettura.
LA SCHEDA
Titolo: Death or Glory
Autori: AA.VV. (curatore: Steve Holland)
Editore: Prion
Numero pagine: 776
Prezzo: 14,99 sterline
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