domenica 30 settembre 2018

I GIALLI DEI "GIALLI"


Prima della guerra fredda con la Russia, per gli Stati Uniti la minaccia arriva da ancora più lontano, dal misterioso Oriente al grido di “pericolo giallo!”. Le storie di detective, come quelle di avventura e di guerra, hanno spesso bisogno di un nemico facilmente identificabile, una minaccia da sventare. Che sarebbe Sherlock Holmes senza Moriarty, o James Bond senza il KGB russo? Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento l’Occidente teme Cina e Giappone per svariati motivi. Innanzitutto la supremazia demografica, la sola Cina già allora vanta oltre quattrocento milioni di abitanti, potendo così mettere in campo un esercito potenzialmente composto da milioni di soldati. Poi quelle asiatiche sono culture molto differenti, spesso difficili da comprendere per il pubblico europeo e americano. Infine, nel conflitto russo/giapponese del 1904 a trionfare è il Giappone, creando un precedente preoccupante: è la prima volta che un esercito asiatico ne sconfigge uno occidentale. Insomma, una esplosiva miscela di timore, razzismo e ignoranza, spesso supportata da teorici economici e politici, si diffonde tra le popolazioni e raggiunge anche la narrativa di genere. Lo scrittore inglese Sax Rohmer (1883 - 1959) nel 1912 pubblica The Mistery of Dr. Fu Manchu, in Italia Il mistero del dott. Fu Manchu. Signore del crimine, genio del male, impersonificazione del temuto pericolo giallo, Fu Manchu vuole sconfiggere la “razza bianca” e ha l’aspetto stereotipato del cinese malvagio: occhi sottili e penetranti, lunghissimi baffi spioventi, unghie esagerate. A contrastarlo ci sono due detective inglesi, sir Denis Nayland Smith e il dottor Petrie, che hanno sempre la meglio per il rotto della cuffia senza però riuscire a batterlo del tutto, lasciando quindi la strada aperta a vari sequel.
Fu Manchu è ben presto seguito da vari epigoni, come Wu fang e il dr. Yen Sin, questa volta pubblicati sui pulp, riviste popolari americane poco pretenziose dal punto di vista letterario ma straboccanti di storie avvincenti e dalle copertine ipnotiche, spesso occupate proprio da quei pericolosi cinesi dagli sguardi agghiaccianti e dalle malvagie intenzioni. L’immagine del “giallo” malvagio rimbalza un po’ su tutti i media e finisce anche sui fumetti: l’alieno Ming, avversario di Flash Gordon, ha il medesimo aspetto di Fu Manchu, che tra l’altro negli anni Settanta viene recuperato per diventare l’avversario di Shang-Chi, eroe delle arti marziali dei fumetti Marvel Comics.



ARRIVA CHARLIE CHAN
Nel 1925 a contrastare la visione negativa degli orientali nei romanzi polizieschi arriva Charlie Chan, un detective cinese uscito dalla penna di Earl Derr Biggers (1884-1933). Questo romanziere statunitense ispirandosi a un poliziotto realmente esistente dà vita alla figura di un ispettore di Honolulu, corpulento ma dal passo lieve, che con sottile umorismo, citazioni confuciane e azzeccati aforismi risolve i casi più intricati. La prima indagine di Chan, The House without a Key nota in Italia come Charlie Chan e la casa senza chiavi, è datata 1925 e viene pubblicata a puntate sulla rivista Saturday Evening Post e in seguito in volume. Il personaggio riscuote subito un buon successo, diventando protagonista di altre cinque avventure prima che Biggers muoia di infarto. Tuttavia, Chan continua a vivere anche in assenza del suo creatore, dato che Hollywood, a partire dal 1926, gli dedica svariati film, prima basandosi sui romanzi poi facendo scrivere nuove sceneggiature. Sono quasi cinquanta i lungometraggi di cui è protagonista, cui si sommano una serie televisiva, Le avventure di Charlie Chan, e una cartoni animati prodotta da Hanna e Barbera, Il clan di Charlie Chan.
Come già segnalato, nel suo lavoro Chan fa uso di saggezza cinese e di quelli che definisce i “sette fiori”: cortesia, umorismo, pazienza, lentezza, rassegnazione, umiltà, prudenza. La popolarità del personaggio raggiunge anche il suo Paese d’origine, la Cina. Dopo i cinesi espatriati negli Stati Uniti, infatti, sono quelli della madre patria ad apprezzare le gesta del loro connazionale, soprattutto grazie ai film che a partire dagli anni Trenta vengono tradotti in cinese. Pare che quando Warner Oland, che interpreta Chan in 16 film a partire dal 1931, si reca in Cina molti quotidiani locali gli dedichino svariati articoli e che l’attore venga rispettosamente chiamato “Mr. Chan”.
Una segnalazione anche per i fumetti di Charlie Chan, disegnati con successo Alfred Andriola dal 1938 al 1942, per poi passare alla matita di altri artisti meno ispirati e tuttavia molto seguiti.


LE INDAGINI DEI GIUDICI
Dopo Charlie Chan, altri cinesi diventano protagonisti di storie in giallo, non si tratta però di detective, bensì di giudici.
Lo scrittore e orientalista olandese Robert Van Gulik (1910 - 1967) nel 1949 riporta alla luce una raccolta di antichi polizieschi cinesi intitolata Di gong’ an, I celebri casi del giudice Dee, il cui protagonista è, appunto, un giudice. L’operazione non ha grande successo, Van Gulik decide quindi di scrivere di suo pugno nuove avventure di Dee, anche se con caratteristiche più vicine al poliziesco occidentale che non alle storie di casi legali tipicamente cinesi. Queste ultime, infatti, più che sull’identificazione del colpevole, spesso noto fin dalle prime pagine, preferiscono concentrasti sulla metodologia del giudice/investigatore, sulla comprensione delle motivazioni del colpevole e sulla punizione che lo aspetta, formando un puzzle nel quale alla fine deve essere la giustizia a trionfare e va ristabilito l’ordine sociale. Gong’ an (“caso legale”), quindi, diventa il nome di un vero e proprio genere letterario incentrato principalmente sui giudici, popolare in Cina dal quattordicesimo fino al diciannovesimo secolo.
Tornando a Van Gulik, nel 1956 scrive il primo romanzo del Giudice Dee totalmente suo, I delitti del labirinto cinese, a cui ne seguono altri tredici e alcuni racconti. Ambientati nell’antica Cina, vedono il giudice alle prese con delitti da risolvere, ma anche con un Paese fatto di diseguaglianze, dove certo non mancano povertà e miseria. Facendo uso della logica, Dee risolve casi molto intricati.
Nel 2010 tocca al francese Patrick Marty, sceneggiatore, e al cinese Chogrui Nie, disegnatore dal tratto realistico, portare nuovamente alla ribalta in Occidente un giudice cinese, il Giudice Bao protagonista di un fumetto. Bao mostra una rigida intolleranza verso ogni forma di criminalità e si impegna nel punire severamente chi commette soprusi, al contrario è sempre pietoso nei confronti delle vittime, tanto da venire indicato come difensore dei deboli. Il giudice Bao e i suoi collaboratori – la guardia del corpo Zhan Zhao, il medico Gongsun Ce, il giovane allievo Bao Xing – percorrono una Cina ben descritta e fortemente corrotta.
Bao è ispirato a un giudice realmente esistito, Bao Zheng (999 - 1062), noto anche come Bao Gong (“Signor Bao”), un magistrato governativo noto per la sua onestà e imparzialità, a tal punto da arrivare a condannare parenti e persone vicine all’Imperatore cinese, oltre che impegnato nel combattere la corruzione. Tanta popolarità dopo la sua morte gli consente di entrare a far parte dell’immaginario collettivo giapponese, protagonista di storie, romanzi e opere teatrali nelle quali investiga, risolve casi criminali e condanna i colpevoli.
Come accade col giudice Dee, anche nelle storie del giudice Bao il protagonista non solo deve investigare, ma, in quanto rappresentante della legge e della giustizia, suo preciso compito è riportare l’ordine e la pace nei territori di sua competenza, se non in tutta la Cina.



INVESTIGATORI MODERNI
Alla fine dell’Ottocento, in Cina il genere gong’ an entra in crisi. Nel Novecento, grazie alle prime traduzioni di opere investigative occidentali, come quelle di Conan Doyle col suo Sherlock Holmes, la figura del giudice comincia a essere sostituita da quella del detective. Tra i responsabili della svolta vi è il anche il traduttore giapponese di Holmes, Cheng Xiaoqing (1893 - 1976), che dopo essersi dedicato alle opere dello scrittore inglese nel 1914 crea il proprio detective. Huo Sang, questo il suo nome, si muove nella Cina degli anni Venti, in una Shangai detta “la Parigi d’Oriente”. Assieme all’assistente Bao lang, che ricorda Watson e che come lui è il narratore delle storie, risolve complessi casi in una metropoli che ospita ricchezza e mondanità ma anche povertà e crimine. Esattamente come l’ispiratore inglese, Huo Sang usa la deduzione quale principale strumento del suo lavoro, osserva ogni minuscolo dettaglio, sviscera ogni minimo indizio, trasformandoli in pezzi di un puzzle che riesce immancabilmente a completare. La sua genialità investigativa viene ammirata da alcuni poliziotti, vista con sospetto e invidia da altri, ma l’imperturbabile protagonista non si lascia rallentare né da lusinghe né da critiche e i racconti/casi che lo vedono all’opera contano oltre trenta volumi. Inoltre, seguendo la tradizione occidentale, Cheng e Huo portano al centro dell’attenzione l’indagine, rafforzando l’elemento suspance, a discapito dei processi e delle sentenze.
Sempre a Shangai, a quanto pare palcoscenico preferito dei giallisti cinesi, si muove l’ispettore Chen Cao, uscito dalla penna di Qui Xiaolong (1953). Si tratta, però, di una Shangai molto differente, quella degli anni Novanta, controllata come il resto della Cina dal granitico Partito Comunista Cinese. Ed è proprio il PCC a partire dal 1949, anno in cui sale al potere, a proibire il genere giallo, che ritiene istigatore di desideri violenti e in contrasto con la società socialista. Un divieto che verrà ritirato solo nel 1978, ma nel frattempo molti scrittori hanno lasciato il Paese per trasferirsi altrove. Come Qui Xiaolong, che nel 2000 dà alle stampe negli Stati Uniti il primo dei nove romanzi di Chen: Death of a Red Heroine, in Italia La misteriosa morte della compagna Guan. Nonostante il protagonista sia un giovane traumatizzato dalle violenze subite durante la Rivoluzione Culturale maoista, e nonostante sia un poeta idealista e sognatore, laureato in letteratura, si ritrova assegnato al dipartimento di polizia, destinato suo malgrado a fare rispettare la legge. Comandante in capo della squadra casi speciali del Dipartimento di polizia di Shangai, Chen deve impiegare la logica come consuetudine, ma usare molta più discrezione dei suoi predecessori, per non turbare il delicato equilibrio politico locale.
Oltre che protagonista dei casi che deve risolvere, Chen è spettatore dei grandi cambiamento che percorrono tutta la società cinese, perché il genere poliziesco può essere anche questo, un testimone dei tempi.


sabato 11 agosto 2018

BOND INCONTRÒ LUPIN?


Può James Bond, un agente segreto inglese, incontrare Lupin, ladro gentiluomo francese? Teoricamente no, dato che la creatura di Ian Fleming e quella di Maurice Leblanc operano rispettivamente nella seconda e nella prima metà del ventesimo secolo. Eppure, una sorta di incrocio fortuito e ignorato dai più è accaduto realmente. Nel film "Si vive solo due volte", James Bond interpretato da Sean Connery si ritrova in Giappone e, in un vicolo affollato di insegne di locali, ne spicca una che riporta l’immagine e il nome di Lupin. Non si tratta di una citazione voluta degli sceneggiatori, ma più probabilmente di una circostanza fortunata quanto casuale. Il locale Lupin esiste realmente ed è aperto ancora oggi, a oltre cinquant’anni dall’uscita del film, nel quartiere di Ginza a Tokyo.
Aperto nel 1928 è noto, oltre che per i suoi cocktail, per essere frequentato da molti scrittori nipponici le cui foto sono appese alle pareti.
Attenzione, però, anche andando a cercare la sequenza nel film, difficilmente vedrete l'immagine nella sua completezza. La cinepresa "taglia" infatti la scena in orizzontale, mentre l'insegna del locale è in alto. Per vederla completa bisogna approfittare dello scatto di un fotografo di scena (quello in cima a questo post) che ha realizzato l'immagine in verticale.

domenica 29 luglio 2018

ADDIO A CORTEZ

Il 26 luglio è venuto a mancare Luigi Corteggi. Lo ricordo con questa scheda che ne ripercorre la carriera.


Nato a Milano il 21 giugno 1933, dopo aver frequentato l’Accademia di Brera e aver conseguito una specializzazione in grafica Luigi Corteggi apre uno studio pubblicitario con un socio. Nel 1962 comincia a collaborare con la casa editrice Universo, per la quale realizza giochi e illustrazioni, ma anche alcuni episodi per L’Intrepido del fumetto umoristico Superbone, monello gradasso ma anche ingenuo e sfortunato.
Nel 1965 approda all’editoriale Corno, per la quale disegna con lo pseudonimo Cortez alcune avventure di Maschera Nera, western creato da Max Bunker alias Luciano Secchi. Comincia quindi una duratura collaborazione con la casa editrice e lo sceneggiatore, realizzando i disegni di vari numeri dei neri Kriminal e Satanik, nonché un paio di episodi di Gesebel, la corsara dello spazio nata sempre dalla fantasia di Bunker. Per tali serie si occupa anche della grafica e delle copertine, che realizza con tecnica pittorica e con una straordinaria cura di ogni elemento grafico, creando composizioni assai suggestive e moderne.
Realizza anche le prime dodici copertine di Alan Ford, ideandone pure il logo, sempre in stile pittorico, puntando questa volta su sfondi bianchi su cui ben si stagliano le figure dei personaggi.
Nonostante l’intesa attività per la Corno, cui affianca quella privata di pittore, nel 1969 trova il tempo per altri lavori, tra cui disegnare cartoline umoristiche, lavori grafici per riviste e, soprattutto, per disegnare Thomas, un western thrilling per adulti dell’Editrice Augusta, di cui esce un solo episodio (ma Corteggi ne disegna anche il secondo) a causa del fallimento dell’editore.
Nel 1975 entra nello staff della Bonelli, dedicandosi prima alla grafica delle collane Un Uomo un’avventura e America e poi a disegnare le copertine del Piccolo Ranger, in sostituzione di Franco Donatelli che utilizza uno stile pittorico simile al suo.
Sempre per Bonelli diviene redattore e art director e in tale veste crea i loghi della maggior parte delle testate, incluso quello di Mister No, molti dei quali destinati a durare sino ai giorni nostri.
Nel 1980, per la Collana Rodeo, disegna "L'astronave perduta", una bella avventura di fantascienza, scritta da Giorgio Pezzin e composta da un unico episodio.
Contemporaneamente all’attività in Bonelli, dal 1976 collabora brevemente con Il Giornalino disegnando illustrazioni di carattere spaziale, mentre per la casa editrice Mercury realizza Meteor & Co., fumetto per ragazzi in cui mette a frutto la propria passione per l’astronomia. Del 1981 è invece il suo Benigni a fumetti.
Nel 2004 il Castello di Bereguardo (in provincia di Pavia) ospita una sua personale dal titolo Luigi Corteggi: dal paesaggio al fantastico, dedicata a una serie di quadri in cui il mondo della realtà si contrappone a quello dei sogni e della fantasia.
Nel 2005 la casa editrice IF gli dedica il volumetto La grafica di Corteggi dalla Corno alla Bonelli, in cui viene finalmente svelato lo splendido lavoro svolto da Corteggi sui loghi e sulla grafica dei più importanti fumetti italiani degli ultimi quarant’anni.

venerdì 27 luglio 2018

DEADWOOD DICK


Il mio amico in divisa blu ci teneva a presentarvi il primo numero di "Deadwood Dick", nuova serie western della Sergio Bonelli Editore, dopotutto è anche lui un Buffalo Soldier (così venivano chiamati i soldati di colore arruolati in appositi reparti) proprio come il protagonista.
A parte gli scherzi, questa nuova pubblicazione merita decisamente una lettura. Confesso subito di non avere letto il romanzo di Joe R. Lansdale da cui è stata adattata la storia, ma il risultato finale è una ventata di aria fresca nel panorama del western nostrano che da parecchio non propone nulla di nuovo. Il protagonista, Deadwood Dick è un uomo di colore che per sfuggire a una ingiusta impiccagione si arruola tra i Buffalo Soldiers. La sua avventura è efficacemente narrata "a singhiozzo" andanti avanti e indietro nel tempo, ma senza che ciò danneggi il ritmo narrativo, anzi rafforzandolo e aggiungendo dettagli di volta in volta. I dialoghi sono ricchi ed efficaci, il disegno di Corrado Mastantuono uno spettacolo per gli occhi, col suo tratteggio ricco e curato, le vignette dettagliate (ma non inutilmente), il bell'equilibrio tra bianchi e neri. In apertura di albo anche un paio di redazionali, merce rara ultimamente visto che anche pubblicazioni molto più costose non si degnano di inserire neanche due righe su storia e autori. Insomma, da seguire sperando che anche i numeri successivi siano all'altezza, ma non vedo perché non dovrebbero esserlo. Infine, citazione per Michele Masiero, colonna della Bonelli, che si è ben occupato della sceneggiatura.



lunedì 2 luglio 2018

DALLA CINA CON SPLENDORE


Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, il nascente fumetto cinese era conosciuto con molti nomi a seconda delle sue sfumature: fengci hua (“disegni satirici”), yuyi hua (“dipinti allegorici”), zhengzhi hua (“dipinti politici”), ecc., mentre con lianhuantu venivano indicati dei libretti contenenti storie narrate per immagini. Il termine lian huan hua (letteralmente “immagini incatenate”) è quello che si è poi imposto per indicare genericamente il fumetto cinese. La definizione rende bene l'idea della sequenza di immagini in correlazione tra loro per formare un'opera di narrativa. Per quel che riguarda le strisce si parla invece di si ge man hua (“storie in quattro vignette”).
In tempi odierni ha preso invece piede il termine manhua, probabilmente mutuato da Hong Kong, per indicare i fumetti moderni. Dopo decenni di difficoltà, in cui era stato trasformato in mezzo di propaganda oppure in un clone dei vicini manga, il fumetto cinese da circa un decennio comincia finalmente a mostrare le proprie potenzialità. Gli autori scalpitano per liberarsi dai vincoli del passato e le loro opere vengono timidamente pubblicate all’estero. Come nella caso della giovane Zao Dao (classe 1990) che approdata nel mercato francese inizia a essere tradotta nel resto d’Europa. Il suo graphic novel “Il soffio del vento tra i primi” racconta la storia dell’altrettanto giovane Yaya, che abbandona il villaggio natale per sfidare le tempeste e combattere le bestie feroci che obbediscono a un terribile demone, Rakshasa, la donna cannibale. Con l’aiuto di Juiling, la fata delle montagne, Yaya apprende i misteri della natura e a leggere il vento, strumento utilissimo per combattere, i demoni e gli spiriti al servizio di Rakshasa. Yaya deve affrontare l’ignoto, deve imparare a vivere oltre che combattere, deve insomma intraprendere un viaggio iniziatico allo scoperta di se stessa. Non è un caso, quindi, se i titoli dei cinque capitoli di cui si compone l’opera corrispondono ai cinque elementi che fanno parte dei pilastri del pensiero cinese, di cui si avvale anche la medicina tradizionale. La costituzione dell’individuo, infatti, dipende dal prevalere di uno dei suddetti cinque elementi: legno, fuoco, terra, metallo, acqua. La loro influenza riveste un ruolo fondamentale, nella personalizzazione della cura e nella prevenzione. Se si scopre l’elemento base di una persona, si possono individuarne e attenuarne eventuali punti di debolezza, predisposizioni a malanni e adattarsi meglio ai cambiamenti indotti dai cicli stagionali, biologici ed esistenziali. Insomma, Zao Dao fa propri elementi tradizionali della cultura cinese, così come si appropria di alcuni suoi elementi grafici. Non fumettistici, che come si diceva sopra appaiono datati, ma pittorici. Le sue tavole sembrano dipinti, ricchi e dettagliati, rifuggendo la tradizionale struttura con suddivisione in vignette per preferire, nella stragrande maggioranza dei casi, illustrazioni a tutta pagina o addirittura a doppia pagina. Ricordano la pittura paesaggistica cinese detta shan shui, che raffigura paesaggi naturali e si rifà a sua volta alla teoria dei cinque elementi, abbinando a ogni elemento un colore e una “direzione” nel dipinto. Ovviamente, Zao Dao interpreta in modo personale tale indicazioni, facendo per esempio un uso più ampio e soggettivo dei colori. Le sue tavole sono ricchissime di dettagli e di sfumature, a tal punto da perdercisi dentro, tra montagne svettanti e prati popolati da decine di uccelli, o ancora interni straripanti di lanterne, oggetti, teiere, frutti. Sembra quasi di esserci, in quei luoghi orientaleggianti e fantastici, in quegli sfondi che sembrano senza confini e che le dimensioni della pagina non riescono a contenere al proprio interno. Sfogliare “Il soffio del vento tra i pini” significa perdersi in un mondo violento e pauroso, ma anche intrigante, bellissimo, quasi ipnotico, che non si vorrebbe mai lasciare. Tutto ciò, però, ha un prezzo. Il fumetto è narrazione, non solo immagine, e la scelta di puntare tutto su quest’ultima penalizza molto la storia, rendendola quasi un pretesto per fare sfoggio di doti artistiche. Il gioco, comunque, vale la candela e dispiace voltare l’ultima pagina del volume abbandonando quei luoghi maestosi e quei dettagli di cultura antica che ci hanno incantato. In chiusura solo una piccola nota sull’edizione, ottima dal punto di vista cartotecnico ma carente sul piano dell’informazione. Secondo una brutta abitudine ormai molto in voga tra gli editori di fumetti, non solo non è presente nessuna introduzione, ma neanche una biografia dell’autrice, che fino a oggi sconosciuta in Occidente avrebbe avuto bisogno quantomeno di una piccola presentazione. Ma forse sono noi che sono troppo esigenti…

Zao Dao
Il soffio del vento tra i pini
Edizioni Oblomov
pp. 120, euro 18,00


venerdì 22 giugno 2018

LAMÙ COMPIE 40 ANNI


Quaranta anni fa è giunta dallo spazio la più temibile delle minacce: una bellissima aliena in bikini! Come? Non sembra una minaccia? Prima di esserne certi state a vedere quali guai è in grado di combinare e, soprattutto, di quali disastri si rende responsabile il terrestre di cui è innamorata. Senza parlare del codazzo di creature che si porta dietro…

Gli abitanti del pianeta Oniboshi, in orbita attorno alla stella Uru, decidono di invadere la Terra. Gli alieni, più lungimiranti di quanto ci si aspetterebbe, si mettono però d'accordo con gli esseri umani per evitare una sanguinosa guerra. Gli scontri fisici vengono sostituiti da una semplice gara: un essere umano dovrà rincorrere e cercare di acchiappare un alieno. L'uomo è scelto a caso da un computer, e si rivela essere l'adolescente Moroboshi Ataru. Il rappresentante alieno è invece l'affascinante principessa Lamù. Seppur con parecchie difficoltà e l'uso di qualche trucchetto, Ataru riesce a vincere la gara, ma Lamù si innamora di lui e decide di restare sulla Terra. È l’inizio di una sarabanda di avventure fatta di equivoci, affetti corrisposti e non, scontri tra culture, terrestri allupati e alieni stravaganti. Una sorta di enorme giostra del divertimento che in Giappone è nota col titolo Urusei Yatsura, traducibile all’incirca come “i casinisti della stella Uru”.

IL MANGA
Scritto è disegnato da Takahashi Rumiko, il manga Urusei Yatsura (noto in Italia come Lamù, dal nome della protagonista) viene pubblicato tra il 1978 e il 1987 sulla rivista Shonen Sunday della casa editrice Shogakukan, appassionando un pubblico sia maschile sia femminile, come spesso accade alle serie della Takahashi. Merito di una storia che mescola sapientemente umorismo e azione, sentimenti e trovate fantastiche, bishojo (belle ragazze) e paradossi fantascientifici. Tutto parte dalla convivenza tra il terrestre e l’aliena, che non è certo delle più semplici, dato che Ataru oltre a essere sfacciato e sgraziato è sempre pronto a correre dietro a qualsiasi ragazza terrestre, in particolar modo alla coetanea Shinobu che, ingelosita da Lamù, si lega all'aristocratico Mendo, al contrario attratto dall'aliena con cornina e discinto bikini. Al contempo tutti i compagni di classe di Ataru sbavano dietro a Lamù e accusano Ataru di tenerla prigioniera. Spuntano poi altre belle ragazze concupite da Ataru e compagni, extraterrestri un tempo legati sentimentalmente a Lamù e ogni sorta di creature buffe e pericolose. Ne consegue una babele di intricate situazioni, divertenti e vivacissime, in cui l’infuriata aliena colpisce con scariche ad alto voltaggio il malcapitato Ataru ogni qualvolta posa lo sguardo su una ragazza, mentre scontri apocalittici devastano la scuola e il quartiere di Tokyo dove abita Ataru. Un crescendo di distruzione che non impedisce ai protagonisti, all’inizio di ogni nuova puntata, di ricominciare all’infinito il loro eterno teatrino.

GLI ANIME
L’equazione manga di successo uguale anime di successo si applica con efficacia anche a Lamù, che nel 1981 diviene una lunghissima serie televisiva in 195 episodi, prodotta da Kitty Films, Studio Pierrot e Fuji Television. Il tratto della Takahashi, ai tempi della pubblicazione dei primi episodi ancora grezzo, viene addolcito e reso maggiormente accattivante. Le trame degli episodi attingono a piene mani dal manga, ma dato il loro grande numero vengono ideate anche storie totalmente nuove. Inoltre, gli animatori si divertono a inserire citazioni di altri anime famosi, come Rocky Joe, Ken il guerriero, Nausicaä, Cyborg 009, ecc.
Oltre che di un divertentissimo manga e una serie televisiva, i personaggi di Urusei Yatsura divengono protagonisti anche di molti film altrettanto esilaranti, per l’esattezza 11 OAV e 6 lungometraggi cinematografici. Alcuni di questi ultimi sono affidati alla regia di Oshii Mamoru, che già ha collaborato alla serie televisiva, il quale vi inserisce una forte componente onirica. È in particolare in Beautiful Dreamer (del 1984) che emerge tale caratteristica, grazie a un escamotage che costringe tutti i personaggi a rivivere all’infinito la stessa giornata.
Visto anche il lungo lasso temporale che passa dalla prima puntata della serie televisiva (1981) all’ultimo lungometraggio (1991), come accaduto per il manga anche il disegno degli anime si evolve e Sei sempre il mio tesoruccio, film conclusivo e celebrativo del decennale, vanta un tratto abbastanza differente, che si avvicina più a Ranma ½ (successiva serie della Takahashi) che non ai primi episodi di Lamù.

PUBBLICO E INFLUENZE
Così come il manga, anche gli anime di Lamù tendono ad accattivarsi le simpatie di un pubblico di entrambi i sessi. Non solo, pur essendo ospitato su una magazine diretta a un pubblico di ragazzini, Urusei Yatsura piace anche agli adolescenti e addirittura agli adulti. Difficile individuare il motivo di una popolarità tanto trasversale, ma certamente una delle sue componenti principali sta nella capacità di abbinare quotidiano e fantastico. Una particolare miscela che la Takahashi confessa di avere in parte assorbito dai libri di Tsutsui Yasutaka, scrittore attualmente ben noto ai fan di manga e anime (a suoi romanzi sono ispirati i lungometraggi in animazione Paprika e La ragazza che saltava nel tempo), ma a fine anni Settanta noto principalmente ai lettori di fantascienza. Sempre da Tsutsui arriva il gusto per lo slapstick, ovvero per la comicità basata sul linguaggio del corpo, di cui i personaggi Urusei Yatsura sono estremamente dotati. Con le loro movenze buffe, le espressioni facciali esagerate, una gestualità eccessiva per i giapponesi, inviano continui messaggi a lettori e spettatori, moltiplicando l’effetto comico. Alla fine, resta solo un dubbio: ma sono più casinisti gli alieni giunti dal pianeta Oniboshi o i singolari terrestri incontrati a Tokyo?


venerdì 6 aprile 2018

ADDIO A ISAO TAKAHATA


È scomparso oggi Isao Takahata. Nato nel 1935, nel 1959 entra a far parte della Toei Doga in qualità di allievo regista. È in quella azienda, nella quale nascono le prime importante produzioni animate giapponesi, che si imbatte nei colleghi Yasuo Otsuka e Hayao Miyazaki. Firma la sua prima regia cinematografica nel 1968, grazie al film La grande avventura del piccolo principe Valiant. Il successo internazionale arriva però nel 1974 con Heidi, a cui seguono Marco e Anna dai capelli rossi, tre serie tratte da altrettanti romanzi europei. È soprattutto sull’ultima che compie un lavoro straordinario, rendendola un concentrato di poesia e di giovanile esuberanza.
Inoltre, assieme ad Hayao Miyazaki è uno dei responsabili della prima serie televisiva del più famoso ladro giapponese, Lupin III. Partita con altri registi al timone, la serie infatti non riscuote grandi consensi, così i produttori giungono a una decisione: chiamare Takahata e Miyazaki perché imprimano una svolta decisiva alla serie. Difficile dire esattamente a che punto della stessa i due prendano il controllo, ma generalmente si tende a considerare quale spartiacque tra le due gestioni il settimo episodio.
Ritornato ai film per il cinematografo, Takahata non ha timori nello scegliere temi ostici e fortemente drammatici, oppure nel puntare su personaggi e situazioni difficilmente esportabili all'estero. Basti pensare al film Goshu il violoncellista (del 1982) che, per quanto ricco di buffi animaletti, fa della musica classica il suo tema portante. Oppure a Una tomba per le lucciole, Ricordi struggenti, Ponpoko e La famiglia Yamada.
Va infine ricordato che, assieme ad Hayao Miyazaki, è il fondatore dello Studio Ghibli, uno dei più rinomati studi d'animazione del Giappone e del mondo intero.

giovedì 15 marzo 2018

SERVONO GRAFICI!


I grafici, quelli bravi, ci aiutano a vivere, perché riempiono il nostro quotidiano di oggetti belli da vedere, da toccare, da collocare sui nostri scaffali. Queste scatole di te sono dei piccoli capolavori, e pregusto il sapore della bevanda solo a guardarle. Il cartoncino con cui sono realizzate è poroso e piacevole al tatto. Il packaging è importante! Sapevatelo italiche aziende! Spendendo pochi soldi potete farne molti, dovete però utilizzare grafici con le palle.


domenica 4 marzo 2018

4 MARZO


"Era il 4 marzo (e io ho i miei buoni motivi per ricordarmene). Mi alzai un po’ prima del solito e trovai Sherlock Holmes che ancora non aveva finito la prima colazione. La padrona di casa si era tanto assuefatta alle mie abitudini di dormiglione che non mi aveva preparato il posto a tavola. Con l’irragionevole petulanza del genere umano, suonai il campanello e annunciai bruscamente che aspettavo il caffè, poi presi una rivista che era sulla tavola e tentai di ammazzare il tempo leggendo, mentre il mio compagno sbocconcellava in silenzio il pane tostato. Uno degli articoli aveva un segno a matita vicino al titolo e, naturalmente, cominciai a scorrerlo." John Watson

Arthur Conan Doyle, Uno studio in rosso, 1887, tr.it. A. Tedeschi, Mondadori, 2012, p. 22

domenica 18 febbraio 2018

LA MONTAGNA CHE CAMMINA


Tra i pugili del ventesimo secolo che hanno maggiormente incantato le masse va sicuramente annoverato l’italiano Primo Carnera, che cominciò a combattere per “motivi alimentari” ma ben presto si dimostrò determinato a raggiungere il traguardo del titolo mondiale, punto di svolta di una vita cominciata tra mille privazioni. Con un bel disegno, che media tra realismo e grottesco, ricordando a sprazzi la lezione del grande Will Eisner, Davide Toffolo costruisce tavole dal formato inusuale per un fumetto, spiccatamente verticali e con un limitato numero di vignette, ma dalla felice composizione e di grande freschezza grafica, attente soprattutto a far emergere il Carnera uomo prima del Carnera uomo pubblico. Il rischio di realizzare una noiosa opera didascalica, pericolo maggiore nelle biografie a fumetti, viene quindi superato tramite una narrazione fluida e romanzata, che per la maggior parte del tempo si mantiene su due piani temporali, il 1933 (anno in cui Carnera si aggiudicò il titolo) e il periodo precedente, grazie a frequenti flashback. Toffolo ha anche qualche guizzo geniale, per esempio suggerendo che proprio Carnera potrebbe essere stato uno degli spunti dietro la creazione del personaggio di Superman da parte dei fumettisti Jerome Siegel e Joe Shuster. Il volume si concentra sugli anni pugilistici di Carnera, tralasciando, per motivi di spazio, i successivi, quando dal 1946 si esibì come atleta di catch fino al ritiro nell’amata Italia. 


LA SCHEDA
Titolo: Carnera la montagna che cammina
Autore: Davide Toffolo
Editore: Coconino
Numero pagine: 160
Anno: 2012
Prezzo: 16,00 euro

venerdì 16 febbraio 2018

CHE COS'È UN FUMETTO?


Questo pezzo era stato pensato come qualcosa di propedeutico per chi non si interessa, o comunque non sa molto, di fumetti. Magari può piacere anche a chi i fumetti li divora…

Che cos'è un  fumetto? Di primo acchito la domanda vi apparirà semplice, e immediatamente nella vostra testa visualizzerete l'immagine di un personaggio o di un albo, addirittura le prime pagine di una storia che avete letto da bambini. Così, se siete un uomo di mezza età, magari penserete automaticamente a Tex Willer, mentre stringe la sua colt nella mano destra. Se invece siete un trentenne, forse il vostre eroe è un dinamico Uomo Ragno che, aggrappato alla propria ragnatela, oscilla sopra i tetti di New York. Se, ancora, siete una ragazza cresciuta a televisione e manga, vi torneranno alla memoria Candy Candy o Lady Oscar, o una delle miriadi di personaggi femminili offerti dal fumetto giapponese. Bene, avete visualizzato un personaggio dei fumetti, o addirittura un'intera tavola, ma la domanda resta. Che cos'è un fumetto? Spiegarlo, o anche semplicemente darne una definizione, è impresa decisamente meno semplice di quel che sembri. Se prendete una qualsiasi enciclopedia o un dizionario di italiano, e lo consultate alla voce “fumetto” troverete all'incirca questa definizione: “piccolo riquadro, generalmente a forma di nuvoletta, che racchiude le battute dei personaggi di vignette o racconti illustrati. Racconto realizzato mediante una serie di disegni in cui le battute dei personaggi sono generalmente racchiuse nelle caratteristiche nuvolette.” È un primo passo in avanti. Innanzitutto si è compreso che in italiano i fumetti si chiamano così perché prendono il nome dalle nuvolette, o fumetti appunto, che escono dalla bocca dei personaggi. In secondo luogo viene spiegato che si tratta di una narrazione per immagini, in cui disegno e parola procedono di pari passo. La definizione, però, è ben lungi dall'essere esaustiva. Tanto per fare un esempio, esistono fumetti muti, cioè completamente affidati alle immagini. Esistono, anche se decisamente più rari, fumetti senza disegni, oppure con un unico disegno (magari di un primo piano del protagonista) che si ripete sempre uguale dall'inizio alla fine, lasciando alle parole il compito di spiegare tutto. Inoltre, esistono fumetti senza i fumetti, ovvero privi delle classiche nuvolette, con le parole affidate a didascalie, posizionate sopra, sotto o a lato della vignetta. E nominando la vignetta (riquadro all'interno del quale è contenuto un disegno) si apre un altro vaso di Pandora. Già, perchè le vignette possono essere di varie forme o dimensioni, con contorni o senza, e possono andare a formare una striscia o una tavola, a seconda del fumetto. Insomma, il problema si complica. Non temete, non siete i soli a trovare difficoltà nello spiegare cos'è un fumetto e come viene fatto, lo stesso quesito se lo pongono da anni anche quelli che i fumetti li fanno: gli autori.

L'OPINIONE DEI FUMETTISTI
Secondo uno dei più importanti artisti della storia del fumetto, l'americano Will Eisner, il fumetto è “arte sequenziale”. Una definizione concisa, che lascia anch'essa spazio a molte interpretazioni, ma che nella sua brevità fornisce almeno due capisaldi. Primo, il fumetto può essere arte, e quindi non deve essere relegato al solo intrattenimento o considerato un parente povero di altri media. Secondo, funziona se composto da più immagini messe in sequenza. In altre parole un dipinto, un'illustrazione o una sola vignetta non fanno un fumetto.
Qualcosa di più ce lo dice il francese Benoît Peeters, secondo il quale il fumetto è “forma complessa, capace di combinare in modo del tutto peculiare il movimento e la fissità, la tavola e la vignetta, il testo e le immagini.” Un altro passo avanti, che chiarisce che un fumetto è frutto della combinazione di diversi elementi e del dosaggio degli stessi, come una buona torta insomma: a seconda degli ingredienti che il pasticcere mette nell'impasto, di come li dosa e associa, il risultato sarà molto differente. L'esempio della torta appena fatto è una sorta di spiegazione figurata, un fumetto mentale se volete.
Qualcun altro ha cercato di spiegare i fumetti con un fumetto: Scott McCloud nel suo saggio interamente a fumetti dal titolo Capire il Fumetto
Senza velleità saggistiche, altri fumettisti hanno raccontato i fumetti nelle loro opere. 
Nella striscia Sam's Strip, degli americani Mort Walker (testi) e Jerry Dumas, il protagonista Sam incontra personaggi storici dei fumetti, da Yellow Kid a Peanuts, oppure ironizza sui propri autori e su come si fa un fumetto.  
Nella serie spagnola Los Profesionales, l'autore Carlos Gimenez non fa altro che romanzare le proprie esperienze all'interno della redazione di un editore di fumetti, svelando alcuni trucchi del mestiere e mostrando il lato umano della professione di fumettista.
Gli esempi potrebbero essere ancora molti, ma è meglio non deviare dal percorso intrapreso. 

UN MEDIUM SENZA LIMITI
Ora che si comincia a comprendere che cos'è un fumetto, è possibile anche chiedersi di cosa parlano i fumetti. La risposta in questo caso è molto più semplice, consistendo in una sola parola: tutto. Proprio così, i fumetti possono trattare di ogni cosa. Nati essenzialmente come strisce comiche (per questo motivo in americano sono detti comics), sono poi diventati storie d'avventura, fantascienza, orrore, western, ecc. Flash Gordon deve affrontare il malvagio Ming in scontri con pistole laser, o in battaglie a bordo di avveniristiche astronavi. Tarzan si lancia da una liana nelle giungle africane, pronto a scacciare i cacciatori bianchi. I mutanti X-Men sono continuamente in lotta con Magneto, intenzionato a soggiogare il genere umano. Dylan Dog è alle prese con incubi e mostri di ogni tipo, dai vampiri ai licantropi. Topolino è perennemente impegnato nello sventare gli astuti colpi di Gambadilegno. E via di seguito. Ma non è detto che i fumetti debbano sempre essere incentrati sull'avventura, sulle imprese ai quattro angoli del globo. Possono semplicemente trattare della vita quotidiana, del rapporto di coppia, della famiglia. Serie estremamente popolari come Arcibaldo e Petronilla, Hi e Lois, Blondie e Dagoberto si svolgono tra le mura di casa. La striscia inglese Bristow e quella giapponese O.L. (acronimo di Office Lady) hanno quale unico palcoscenico l'ufficio. I fumetti possono anche trattare temi scottanti e impegnati, come il razzismo, la droga, i pregiudizi, addirittura la guerra. Strazianti e interessantissimi da questo punto di vista sono due capolavori, nati ai due lati dell'Oceano Pacifico: l'americano Maus e il giapponese Gen di Hiroshima. Il primo sui campi di sterminio nazisti, il secondo sulla bomba atomica sganciata su Hiroshima.     

Insomma, più ci si addentra nella materia e più sembra complesso spiegare cos'è un fumetto, forse ci si potrebbe limitare a dire che si può chiamare fumetto qualsiasi opera di narrativa disegnata realizzata da un fumettista. Una nuova definizione che solleva altri quesiti. Comunque, se ancora non riuscite a ben definire i fumetti, si spera almeno che ve ne siate fatti un'idea più precisa e, soprattutto, che il loro fantastico mondo vi abbia affascinato e incuriosito, spingendovi a leggere nuovi, entusiasmanti fumetti.    

mercoledì 31 gennaio 2018

OCEANI & FORESTE


Avventura: una sola parola per racchiudere infiniti mondi fatti di azione e mistero, di viaggi e scoperte, pirati e indiani, tesori e fanciulle in pericolo, mappe e briganti, fari e castelli, isole e fortini. Uno sterminato serbatoio di storie e personaggi a cui Hugo Pratt (1927-1995) ha fornito un contributo fondamentale, perlomeno in ambito fumettistico. Le radici della sua narrazione per immagini affondano però nella grande letteratura di genere, nei classici di Robert Louis Stevenson (non a caso adattò a fumetti “L’isola del tesoro” e “Il ragazzo rapito”) come nei romanzi di James Oliver Curwood (definito il “cantore del Grande Nord”). Una letteratura che ha saputo trasformare in immagini, ma che ha frequentato anche come semplice scrittore, romanzando alcuni dei suoi fumetti (Corto Maltese, Jesuit Joe, Wheeling) e curando una collana di genere.
Il volume “Capitan Cormorant e altre storie”, che riporta alla luce tre fumetti “minori” della sua vastissima produzione, è l’ennesima prova dello stretto legame che tra il fumettista, veneziano di nascita ma giramondo di indole, e l’avventura a tutto campo. Sono in particolare due gli ambiti geografici, trasformati in luoghi narrativi, nei quali sembra sentirsi maggiormente a proprio agio l’autore e riportati anche nel tomo in questione: il mare (in particolare l’Oceano Pacifico) e le fredde distese del Nord-Ovest americano (amatissimo anche da Jack London e James Fenimore Cooper, altri numi tutelari di Pratt).
Per dovere di cronaca e giustizia editoriale è giusto sottolineare che, mentre la storia “Capitan Cormorant” è totalmente frutto dell’estro creativo di Pratt, “Billy James” e “L’assalto al forte” vantano sceneggiature rispettivamente di Mino Milani e Alberto Ongaro, che tuttavia le hanno ritagliate su misura per le matite e i gusti di Pratt, così come un abile sarto cuce un abito sul corpo del suo cliente.
È Capitan Cormorant, anche grazie al maggior numero di tavole, ad aprire le danze e non si può fare a meno di notare come il personaggio sembri quasi un prototipo di Corto Maltese, creatura più nota e riuscita di Pratt e responsabile della sua fama planetaria. Entrambi sono marinai, entrambi poco inclini alla disciplina e maldisposti a sopportare le angherie di potenti, ma pronti a gettarsi nella più pericolosa delle imprese per salvare un amico in difficoltà. Dice di lui, malcelando un pizzico di invidia, un tenente olandese: “il capitano Cormorant… Il migliore che navighi questi mari. È libero come dice il suo nome: un grande uccello dalle ali candide. Onesto e allegro. Rispetta le leggi quando sono giuste, ma se ne ride quando chi le amministra è un uomo come Raffles o il governatore. Davanti a lui la gente deve togliersi il cappello sperando che la degni di uno sguardo.” Così, nell’anno di grazia 1778, nell’isola olandese di Timor, Cormorant si imbatte casualmente nel gentiluomo Randolph Light, giunto in quel luogo esotico alla ricerca di spiegazioni sulla morte del padre e la scomparsa del suo oro. È l’inizio di una rocambolesca avventura tra funzionari corrotti, inseguimenti su velieri, incontri con cacciatori di uomini e sparatorie a colpi di archibugi, che nelle storie di Pratt fanno “crack!” e non “bang!”.
“Billy James” e “Assalto al forte” sono ambientate sempre nella seconda metà del diciottesimo secolo, ma trasportano il lettore in nordamerica, più esattamente ai confini tra Stati Uniti e Canada, nel bel mezzo del conflitto anglo-canadese e delle complesse alleanze con le tribù indiane, in compagnia di solitari trapper impegnati a sopravvivere in un mondo pericoloso. Uomini tutti d’un pezzo, forgiati dalle difficoltà e da un senso dell’onore d’altri tempi, difficile da trovare ai giorni nostri.
Ma se storie e personaggi, pur non privi di una certa linearità e prevedibilità da feuilleton, tengono desta l’attenzione, a incantare gli occhi sono soprattutto gli ambienti. I grandi scenari dell’avventura vengono portati sulla carta dalla matita di un Pratt non ancora all’apice della forma, ma già esperto narratore per immagini in grado di trasmetterne tutto il loro fascino fatto di un inscindibile misto di bellezza e pericolo.
La linea delle onde divide il blu dell’oceano da quello di cieli maestosi solcati da decine di gabbiani, una distesa di acqua e aria e che giunge fino all’orizzonte, come si allungasse all’infinito. E su un piccolo veliero con le vele gonfiate dal vento i personaggi non sono che puntini in balia della natura.
Nei boschi del nordamerica, invece, pare di sentire l’odore del muschio e delle foglie secche, mentre i tronchi degli alberi sono sculture naturali dietro le quali possono nascondersi mille insidie. Luoghi nei quali gli esseri umani sono ancora presenze rare, surclassate da una flora e una fauna che assurgono a veri dominatori della scena.
Oltre che storie di uomini, insomma, quelli di Pratt sono affreschi di mondi, per buona parte perduti, nei quali il paesaggio ambisce al ruolo di personaggio, talvolta solo spettatore di quanto accade, altre volte elemento determinante nello svolgersi degli eventi. Perché senza un oceano da solcare o una foresta da attraversare non vi è vera avventura. 

  
HUGO PRATT
Capitan Cormorant e altre storie
Rizzoli Lizard
pp. 150, euro 26,00


mercoledì 24 gennaio 2018

THE SHADOW PLANET


Gli autori del volume autoconclusivo The Shadow Planet non nascondono le loro intenzioni, anzi le spiattellano nell’aletta di copertina. “The Shadow Planet segna il grande ritorno della fantascienza con ‘pianeta’ del titolo, piena di procaci ragazze in tuta attillata, virili militari in ingombranti scafandri, razzi affusolati e scintillanti, pistole a raggi, mostri tentacolari, tubi e bulloni. Questa volta, però, regna un’atmosfera da horror claustrofobico e paranoico che rimanda ai classici cinematografici del genere.” Già, sono i film di fantascienza anni Cinquanta (e non solo) il filo conduttore di questa graphic novel, film che hanno già ispirato la cinematografia di genere successiva, più ricca di budget e di conseguenza di effetti speciali, come il primo film di Alien, tanto per citare una delle pellicole più famose, il cui incipit è praticamente identico a quello di The Shadow Planet. “Un segnale radio molto debole. Una richiesta d’aiuto. Il codice identificativo appartiene alla E/Rico. Una goletta in missione scientifica.” Spiega l’ufficiale in seconda nel fumetto, rivelando che il messaggio arriva dal misterioso pianeta Gliese 667 e in questo modo obbligando il comandante dell’astronave, l’avvenente Jenna, a inviare una missione di soccorso. Ovviamente è l’inizio di un’avventura che si fa sempre più pericolosa tavola dopo tavola, in un susseguirsi di colpi di scena, con la realtà che si mescola agli incubi e personaggi costretti a diffidare ognuno degli altri, mentre i mostruosi segreti del pianeta creano un’atmosfera di terrore. Come preannunciato, ci sono tutti gli stereotipi legati al sottofilone dell’esplorazione planetaria, messi in sequenza proprio come in un film, con un taglio cinematografico che si affida molto alle immagini e a una scansione narrativa delle stesse. Merito di una sceneggiatura estremamente attenta, ma anche di un disegno molto sofisticato, che rende omaggio alla tecnologia del passato inserendola in un contesto moderno, una sorta di retrofuturo rivisto e corretto. Così gli astronauti indossano tute attillate che sembrano frutto di designer contemporanei ma abbinate a scafandri in stile sottomarino che non si vedono dai tempi di 20.000 leghe sotto i mari. E che dire della splendida landrover spaziale che ricorda una vecchia roadster da corsa a tre ruote? E le pistole spaziali, o ray gun, a metà tra Buck Rogers e lo steam punk? Un lavoro da collage innaffiato con tanta creatività e con un buon uso del colore, che alterna atmosfere cupe a esplosioni cromatiche (si sono mai visti mezzi spaziali blu elettrico?). Un bel lavoro insomma, ma a cui manca qualcosa. La storia, infatti, si crogiola un po’ troppo nella nostalgia di quelle pellicole in bianco e nero che vuole omaggiare. Per quanto tutto fili liscio, e la lettura risulti decisamente gradevole, si fatica a individuare elementi di originalità. Certo, qualche dettaglio spicca, come la relazione lesbica tra comandante e sottoposta (decenni fa certo improponibile in pellicole per il grande pubblico), ma ogni tassello del puzzle ricorda in qualche modo qualcosa già visto altrove. Manca, insomma, quel guizzo narrativo, quell’idea originale in grado di rendere The Shadow Planet unico e particolare, e di aggiungere a un filone ricco e fortunato elementi di novità mai visti prima. Se vi accomoderete in poltrona per leggere The Shadow Planet come una replica dei vecchi film che avete visto durante la vostra infanzia, magari in qualche cinema di periferia dove venivano proiettate due pellicole al prezzo di una, sicuramente vi godrete appieno la lettura. Se, invece, vi avvicinerete a questo graphic novel aspettandovi una storia mai letta, o vista, prima rischiate di rimanere delusi. Dal canto nostro, vi proponiamo la prima opzione, magari tenendo a portata di mano una bella busta di pop corn e una bibita gasata piena di zuccheri, per un viaggio a ritroso nel tempo che, incredibilmente, vi porterà nel futuro, un futuro che è già passato.

Gianluca Pagliarani, Giovanni Barbieri, Alan D’Amico
The Shadow Planet
Saldapress
pp. 96, euro 12,90



domenica 7 gennaio 2018

UNA MOSTRA PER DORAEMON


Si chiude in questi giorni a Tokyo (in particolare nella Mori Tower a Roppongi) la mostra dedicata a Doraemon, nella quale 28 artisti giapponesi forniscono una loro interpretazione del personaggio. Ma prima vediamo chi è Doraemon.
Ha l’aspetto di un gatto, ma un gatto davvero speciale. Azzurro e bianco, testa a palla, marsupio da cui estrae ogni genere di oggetto. Si chiama Doraemon e non è un vero felino, bensì un robot giunto dal futuro. Le sue avventure sono stravaganti quanto il suo aspetto, ma grazie alle sue buone intenzioni l’happy end è garantito.
Doraemon proviene dal XXIII secolo e si stabilisce a casa di Nobi Nobita (gioco di parole per “uno che se la prende comoda”) ragazzino terrestre del XX secolo con cui stringe una salda amicizia. Doraemon ha accesso a un gran numero di marchingegni, che estrae dalla propria tasca dalla capienza illimitata, dato che pesca nella quarta dimensione. Il giovane Nobita è affascinato da tali prodigi del futuro, ma pare poco incline ad ascoltare i consigli e gli ammonimenti di Doraemon, utilizzando spesso a sproposito le incredibili e invenzioni, cacciandosi così nei guai. In effetti il ragazzino, che vive nella periferia di Tokyo assieme ai genitori, è un esempio di mediocrità e, non eccellendo né a scuola né nella vita, cerca di sfruttare i gadget di Doraemon per farsi notare o per guadagnare denaro senza fatica. Si scopre, inoltre, che Doraemon è giunto nel XX secolo proprio per salvarlo da una futura disfatta, una bancarotta che condannerebbe persino i suoi pronipoti a pagarne i debiti.
Il personaggio di Doraemon nasce nel dicembre del 1969, su quattro numeri di una rivista educativa per ragazzini pubblicata dalla casa editrice Shogakukan. L’anno dopo diviene protagonista di un proprio manga, lungamente pubblicato sulla rivista mensile CoroCoro Comic e su volumi monografici che vendono milioni di copie.
I brevi episodi a fumetti di cui il gattone e l’amico umano sono protagonisti sono disegnati con un tratto molto semplice, e consistono essenzialmente in frenetici tentativi di riparare i danni provocati da Nobita e al contempo di nascondere l'origine di Doraemon. Nonostante l'input fantascientifico, la serie è immersa nel quotidiano, in particolare quello scolastico e casalingo, grazie a Nobita e ai personaggi che gli ruotano attorno, genitori e amici. È probabilmente quest’ultimo uno dei motivi dello straordinario successo giapponese del personaggio e, al contempo, della sua scarsa penetrazione in Occidente, ove molti dettagli possono risultare difficilmente comprensibili. Complesso, per esempio, può essere per un lettore italiano o americano comprendere la passione di Doraemon per i dorayaki, pancake farcito con crema di fagioli rossi, di cui ogni bambino giapponese è ghiotto ma il cui sapore risulta sconosciuto al palato di giovani europei e statunitensi. Il personaggio resta saldamente sulla breccia anche dopo la morte del suo autore, avvenuta nel 1996, continuamente ristampato in collane di ogni foliazione e formato la cui popolarità non accenna a diminuire, anche grazie alle innumerevoli trasposizioni animate, televisive e cinematografiche..
Doraemon ha ricevuto anche una delle più importanti onoreficenze che possano essere assegnate a un personaggio dei manga e degli anime, ma anche a un comune essere umano. Nel 2008 il ministro degli esteri giapponese, Komura Masahiko, lo ha infatti nominato ambasciatore degli anime nel corso di una cerimonia ufficiale tenutasi a Tokyo. La lettera di investitura gli è stata consegnata in mezzo ai flash delle macchine fotografiche dei molti giornalisti presenti, accompagnata dalle seguenti parole del ministro: “Spero che la gente di tutto il mondo scopra sempre più aspetti positivi del Giappone attraverso i suoi cartoon, che sono universalmente conosciuti. Confido che come ambasciatore tu possa viaggiare in tutto il mondo e insegnare che cos’è il Giappone”.
Ovviamente, a ricevere fisicamente l’incarico è stato un pupazzo al cui interno ha trovato ospitalità un doppiatore. Già in altre occasioni rappresentanti del governo giapponese si erano favorevolmente espressi a favore dei manga e degli anime, mentre molto spesso personaggi famosi sono stati usati per campagne di pubblicità progresso, ma è la prima volta che uno di loro diviene a tutti gli effetti portavoce della cultura giapponese, di cui è in effetti uno dei maggiori rappresentanti. 
Tornando alla mostra, gli artisti invitati a fornire una personale visione del personaggio hanno dato vita a dipinti, statue, installazioni e strani progetti multimediali. Tra loro il più famoso è sicuramente Takashi Murakami (che ha anche una personale affinità coi manga in genere) che lo ha disegnato all'interno di un gigantesco dipinto molto pop e colorato nel quale sono presenti anche le sue tipiche margheritone, vero e proprio marchio di fabbrica. Alcune installazioni non sono entusiasmanti, come quella nella quale una donna sdraiata nella neve urla "Doraemonnnnnn!!!" in mezzo ai boschi (non chiedetemi spiegazioni). Altre sono affascinanti, come una scultura (non saprei come altro definirla) che sembra un ammasso di fili di ferro intrecciati ma che, una volta colpita dai raggi di luce inviati da un proiettore, vede prendere forma su quei fili le sagome dei personaggi in movimento. Nel complesso, una mostra davvero gradevole da visitare, con aggiunta di ristorante con piatti a tema (come è tipico di questi eventi). 







lunedì 18 dicembre 2017

IL RITORNO DI KINOWA


Kinowa è un western italiano datato anni Cinquanta che, in questi giorni di politically correct venato di sottile vigliaccheria, viene coraggiosamente riproposto in edicola nonostante temi forti e personaggi avvolti in un’aura di violenza.
Lo sceneggiatore Andrea Lavezzolo, infatti, all’epoca creò un protagonista sanguinario, a tratti persino schizofrenico, alla ricerca di vendetta. Si tratta di Sam Boyle, un uomo bianco scalpato dagli indiani Panie (che gli uccidono anche la moglie e rapiscono il figlioletto), intenzionato a mettere in atto una sanguinosa vendetta. Indossata una tenebrosa maschera da diavolo, con tanto di cornini, e assunto il nome di Kinowa, Boyle diventa un accanito massacratore di pellerossa, dando il via a molteplici avventure dove male e bene hanno toni sfumati. Anzi, a volte ci si chiede se esista il bene.
Se Lavezzolo ne scrive le storie, a creare graficamente Kinowa pensa il trio di artisti noto come EsseGesse, formato da Pietro Sartoris, Dario Guzzon e Giovanni Sinchetto. I tre, che nel giro di pochi anni diverranno una vera e propria “fabbrica” del fumetto, non amano però la serie. Si trovano infatti a disagio nel rappresentare un personaggio crudo e spietato come Kinowa e decidono di dedicarsi ad altro. Così, l’aspetto grafico di Kinowa passa a Pietro Gamba, ma solo nei prossimi numeri di questa ristampa i lettori potranno apprezzarne il lavoro.
La figura di Sam Boyle è una delle più drammatiche del fumetto italiano del tempo. Già il suo aspetto incute timore. Scotennato dagli indiani, mostra cicatrici una testa pelata atipica per un eroe del vecchio West, ma la sua immagine diventa persino orrorifica una volta indossata la luciferina maschera di Kinowa. Un nome che, nella finzione narrativa, nel dialetto degli indiani Crow significa “lo Spirito che Cerca lo Scalpo Perduto”. Sarà per questo che gli indiani che finiscono tra le sue mani vengono scalpati a loro volta. Kinowa diventa in tal modo una figura mascherata tragicamente nota a tutti i pellerossa, dal Dakota all’Arizona, dall’Arkansas all’Oklahoma.
La serie mostra quindi una fusione di generi e tematiche interessante e innovativa. Il western tipicamente italiano si contamina con un pizzico di horror, mentre la maschera di Kinowa e la sua quasi invincibilità ricordano i supereroi americani, anche se totalmente spogliati del classico buonismo del filone. Inoltre, nel corso degli episodi, si scopre che il figlio di Kinowa in realtà non è morto, ma adottato dai pellerossa è divenuto uno di loro e, ignaro delle proprie origini, brama di uccidere Kinowa per vendicare il suo nuovo popolo. Uno scontro padre-figlio, inconsapevoli di tale legame, che ha il sapore della tragedia, che può ricordare drammi shakespeariani o anticipare cinematografici kolossal futuri come Star Wars.
Certamente non son tutte rose e fiori. La serie ha quasi settant’anni, e si vede. La narrazione è spesso soffocata da verbose didascalie (un tempo molto più utilizzate di oggi) e i disegni sono frutto di un tratto pesante che fatica a trovare respiro nelle piccole vignette. Eppure, se non ci si lascia scoraggiare del difficile approccio, si scoprirà che questo fumetto venuto dal passato ha ancora qualcosa da dire. Semmai, guardando le bellissime copertine, ridisegnate in tempi odierni da Michele Benevento, ci si poterebbe chiedere quanto ancora poterebbe essere oggi popolare la serie se rinarrata e ridisegnata con tecniche più moderne dando vita a un reboot, come direbbero i cinefili, più in linea con questi angoscianti anni Duemila di quanto non lo fosse negli anni Cinquanta della ricostruzione.


Andrea Lavezzolo, EsseGesse
Kinowa
Edizioni IF
pp. 96
euro 2,90