mercoledì 5 giugno 2019

I 50 ANNI DI PAPERINIK


Sono passati ormai 50 anni dall'uscita della prima avventura di Paperinik (8 giugno 1969), versione batmaniana di Paolino Paperino, eppure quella storia, "Paperinik il diabolico vendicatore", e le seguenti hanno conservato intatto il loro fascino. Nonostante alcune ingenuità perdonabili, come il fumo ipnotico, le avventure di questo papero mascherato rimangono dei classici del fumetto Disney di produzione nostrana (Guido Martina alla macchina da scrivere e Giovan Battista Carpi alle matite). Nelle storie di Paperinik vi sono tutte le caratteristiche che hanno fatto la grandezza dei paperi: la pigrizia di Paperino, l'avarizia di Paperone, la fortuna di Gastone, la civetteria di Paperina, l'intraprendenza di Qui, Quo, Qua, con l'aggiunta di un nuovo ingrediente, il mistery, dato dalla doppia identità di Paperino che di notte si trasforma nel suo tenebroso e, una volta tanto efficiente, alter ego Paperinik. Una lezione appresa dal fumetto supereroico statunitense, quella della doppia identità, e ben applicata. I marchingegni diabolici di Paperinik funzionano benissimo, meglio di quelli di James Bond, e durante il giorno Paperino non ha certo bisogno di inforcare gli occhiali o di fingersi stupido per non far sospettare di sé. Insomma, auguri Paperinik!

giovedì 23 maggio 2019

RICORDO DI ALBERICO MOTTA


Se ne è andato oggi, all'età di 81 anni, Alberico Motta. Ai giovani lettori forse questo nome non dirà molto, ma ai vecchi lettori come chi scrive dice molto, moltissimo…


Sceneggiatore, disegnatore, illustratore, redattore, direttore artistico, ideatore di testate, coordinatore di intere linee editoriali, Alberico Motta ha collaborato con molti editori, lasciando la propria firma su decine di personaggi, propri e altrui.
“Ho iniziato a disegnare le prime storie sui banchi della scuola media, di nascosto dagli austeri professori di allora, che ti davano le bacchettate sulle mani quando ti scoprivano a fare qualcosa di diverso dal calcolo di quante parti di torta ti rimanevano se ne mangiavi tre quarti (magari!). Erano gli anni Cinquanta e si era fortunati quando si riusciva a rimediare un block notes a quadretti, mentre per l'album da disegno e i pastelli si doveva aspettare Natale!”
Così ricorda la sua infanzia Alberico Motta, una delle matite, e penne, più prolifiche del panorama italiano, che di quella originaria passione per le nuvolette ha fatto una professione.
Nato a Monza il 6 ottobre del 1937, Motta abbozza le prime storie a fumetti in giovanissima età, influenzato dalle storie lette sul settimanale Il Vittorioso. Dimostrando una notevole determinazione, oltre a un pizzico di sfacciataggine, ancora adolescente decide di proporsi a un editore.
“Mi rivedo ragazzino di 14 anni, con il blocchetto e una matita nella tasca dei calzoni corti un po’ sgualciti, ma con tanto coraggio da uscire dalla vecchia cascina della campagna monzese per avventurarmi con il tram nella grande Milano… e nessuna paura di presentarmi a un editore vero, uno che aveva il suo nome stampato sul giornaletto di Cucciolo e Tiramolla. Beppe Caregaro, un vero signore! Mi fece entrare nel suo ufficio e sedere accanto a lui, sulla poltrona di pelle nera. Si fece un sacco di risate con le mie storielle strampalate. Che successo!”
Quel ragazzino intraprendente è ancora immaturo, ma i consigli di Caregaro gli sono utili per migliorare i propri disegni, che continua a realizzare anche mentre frequenta l’Istituto Tecnico da Perito Industriale. Qualche anno dopo decide che è arrivato il momento di riprovarci e questa volta bussa alla porta dell’editoriale Dardo, il cui titolare, Gino Casarotti, lo invita a sostituire il ragazzo di redazione partito per il servizio di leva. È il 1954 e Motta comincia ad affrontare il lavoro di redazione (di pomeriggio, dopo la scuola), tagliando e impaginando storie a fumetti altrui, ma anche sviluppando la propria manualità completando vignette e scrivendo titoli. Inoltre, entra in contatto con alcuni professionisti del tempo, come Antonio Canale, la EsseGesse, Antonio Terenghi, Sandro Angiolini. Proprio quest’ultimo è il suo primo maestro, e gli insegna i fondamentali del disegno, quella tecnica necessaria per mettere sui giusti binari la sua creatività. È proprio in sostituzione di Angiolini che realizza le sue prime storie da professionista, brevi fumetti di Chicchirichì, buffo galletto protagonista di una testata, a cui seguono quelli di altri personaggi, come Romoletto, Stanlio e Ollio, Pachito e Lala, ecc. Si cimenta inoltre nella stesura delle prime sceneggiature e nella realizzazione di copertine, in stile realistico a tempera, per Capitan Miki e Blek.
Poiché in Dardo le testate umoristiche cominciano a scarseggiare, nel 1957 comincia a collaborare con l’Alpe, disegnando storie del simpatico Cucciolo e dell’elastico Tiramolla.
Dopo il servizio militare, il rapporto di amicizia con Pier Luigi Sangalli, con cui da ragazzino aveva disegnato il giornalino dell’Oratorio, favorisce l’approccio alla casa editrice di Renato Bianconi. Sono i primi anni Sessanta. Dopo aver scritto e disegnato storie di suoi personaggi – Ursus, Napoleone Sprint, Alì Salam, I due carcerati, Nerone e altri – Motta comincia a realizzare testi per altri autori dello staff. All’interno della struttura Bianconi diviene una sorta di direttore artistico, anche se ufficialmente non investito di tale responsabilità. Un ruolo, questo, inizialmente spettante a Michele Gazzarri, ma poi passato nelle mani di Motta, che all’interno di una divisione programmata dei compiti scrive quasi tutte le sceneggiature dell’editore, firmando circa 8.000 pagine l’anno per Soldino, Felix, Pinocchio, Chico, Braccio di Ferro, Provolino e molti altri. Anche Geppo viene a lungo sceneggiato da lui, dopo che Sangalli ha varato la testata del diavolo buono e ne ha tenute le redini per quasi due anni. Inoltre, Motta introduce il metodo dello storyboard, fornendo un maggiore supporto visivo agli artisti. In mezzo a tale sterminata produzione trova anche il tempo per alcuni progetti personali, come una testata tutta sua, Pierino (in seguito divenuto Niko), storie di Felix, Chico, Tom & Jerry e infine la serie Big Robot, sorta di risposta italiana all’invasione dei robottoni giapponesi, nella quale con un disegno pulito e plastico reinterpreta i topoi grafici del genere, personalizzandoli in modo piacevolissimo. A quel tempo per gli artisti italiani il futuro sembra nero, incapaci di far fronte all'invasione dei personaggi giapponesi che incantano telespettatori e lettori. Ma Motta non si arrende e impugna la matita per disegnare la propria serie robotica, Big Robot, che strizza l’occhio a quelle giapponesi ma è tutta made in Italy. Non solo, in un fumetto progettato per un pubblico di giovanissimi ha il coraggio di inserire temi difficili e delicati come la guerra nucleare, il suicidio, il diverso.
Alla ricerca di nuove opportunità e di nuovi stimoli, nel 1980 Motta approda allo staff di IF dedicandosi alla realizzazione di storie Disney per il settimanale Topolino, inclusa la prima colorata con tecniche digitali, e ad attività collaterali quali illustrazioni per manuali Disney, copertine di videocassette di cartoni animati e immagini pubblicitarie.
Col subentrare della crisi editoriale, negli anni Novanta si concentra sul mondo della pubblicità in qualità di art director di un’agenzia, mentre nel decennio successivo si occupa di comunicazione per importanti aziende. Ma la sua passione per il fumetto resta, manifestandosi nella cura di alcune mostre e nella ristampa di sue opere del passato, come la splendida serie di Big Robot parzialmente rieccitata da Kappa Edizione dopo essere stata restaurata e reimpaginata dalla stesso Motta.
Infine, un ricordo personale. Circa sei anni fa ho organizzato un incontro tra Motta e i lettori per una fumetteria locale. Motta vi ha partecipato con entusiasmo. Se il suo fisico mi è apparso un po' provato dall'età, la sua mente e la sua passione per il fumetto rimanevano vivacissime. Cortesissimo, dialogò con tutti e firmò copie di Big Robot con grandi sorrisi. Grazie di tutto, Alberico.

domenica 19 maggio 2019

LA MOSTRA DEI MOOMIN




I giapponesi amano molto i Moomin, non stupisce quindi che una grande mostra dal titolo "Moomin the Art and the Story" loro dedicata sia aperta in questi giorni in quel di Tokyo (presso la Mori Tower a Roppong).
Il mondo dei Moomin è stato creato da Tove Jansson, artista finlandese figlia dello scultore Viktor Jansson e dell'illustratrice Signe Hammarsten-Jansson. Nonostante cominci a pensarci già a fine anni Trenta, la Janson lo porta sulla carta solo nel 1945, nel libro per bambini intitolato Småtrollen och den Stora Översvämningen (“I piccoli troll e la grande alluvione”). All'inizio degli anni Cinquanta l'agenzia inglese Associated Press chiede alla Janson di creare una striscia dedicata al mondo dei Moomin, che fa il suo esordio sul quotidiano London Evening News nel 1954 e a cui porta un forte contributo il fratello di Tove, Lars.
Al centro di libri e fumetti vi sono le avventure un po' naif di Moomintroll (questo il nome originale del protagonista), un benevolo troll dalle forme tondeggianti, tanto da spingere i primi traduttori italiani a indicarlo come un ippopotamo. Moomin è presto circondato da una miriade di comprimari. Innanzitutto i genitori, prima persi e poi ritrovati, poi la fidanzata Adipella (in originale Snorkföken). Tutti Moomin, e in quanto tali identici nell'aspetto, se non per qualche piccolo dettaglio che permette di distinguerli: un cappello per papà Moomin, un ciuffo di capelli per Adipella, ecc. Ci sono poi una pletora di animali veri o inventati, tra cui un buffo topolino che appare sin dalla prima vignetta, l'amico Sniff e l'umano Pipetta (in originale Snorkföken). Fatto curioso è che non vi è grande distinzione tra esseri umani, che appaiono molto limitatamente, Moomin e altri animali (veri o immaginari), dato che tutti mostrano comportamenti umanizzati, vivono in case, stringono complesse relazioni interpersonali. Apparentemente per bambini, in realtà i Moomin sono apprezzati da un pubblico vasto ed eterogeneo, che rimane incantato di fronte ai teneri comportamenti dei personaggi, alle prese con situazioni quotidiane abbastanza semplici e avventure dai buffi risvolti: una gita in spiaggia, una nuova casa, l'incontro con strani pirati, un'alluvione, ecc.

IN GIAPPONE
I Moomin godono, ancora oggi, di uno strepitoso successo in Giappone. Il merito spetta probabilmente alla serie animata prodotta nel 1969, che li ha resi popolari presso il grande pubblico. In realtà i primi episodi di quella produzione si discostano abbastanza dal fumetto originale, spingendo la Janson a protestare e a richiedere cambiamenti, apportati negli anime successivi realizzati a più riprese fino agli anni Novanta. Le serie animate sono complessivamente tre: Moomin (del 1969, 65 episodi), Tanoshi Moomin Ikka (del 1990, 78 episodi), Tanoshi Moomin Ikka Boken Nikki (del 1991, 26 episodi). A queste nel 1992 si aggiunge il lungometraggio Tanoshii Moomin ikka: Muumindani no suisei. Ma l'affetto con cui i giapponesi di tutte le età seguono la serie e i personaggi è dimostrato da un fiorente merchandising, che copre ogni tipologia di prodotto. Dalle agende ai quaderni, dai pupazzi alle tazze da té, i grandi magazzini nipponici offrono gadget, utili e inutili, per soddisfare ogni esigenza. Non solo, a Tokyo esiste anche un negozio di dolciumi dedicato ai simpatici trolls, con delizie che ne rievocano il mondo zuccheroso.

LA MOSTRA
La mostra attualmente in svolgimento raccoglie centinaia di disegni originali di Tove Jansson. A stupire sono le dimensioni ridottissime dei primi, pochi centimetri quadrati, che rivelano le doti di “miniaturista” della Jansson, in grado con pochi tratti di dare vita a curiosi personaggi allo stesso tempo divertenti e malinconici, estremamente espressivi. Ma col passare del tempo le immagini si fanno sempre più grandi e più varie, sfruttando anche il colore. Grandi illustrazioni nelle quali l’artista mette una cura certosina, tasselli di un mondo ricchissimo, fatto di avventure ed emozioni. Nella estrema ricchezza di materiali (disegni, gadget, filmati, stoffe, pupazzi, ecc.) la mostra ignora però, e un po’ inspiegabilmente, i fumetti. Nel complesso, comunque, si tratta di un’esperienza visiva affascinante. Da segnalare anche una piccola sezione dedicata all’influenza che le stampe Ukiyo-e, e Hokusai in particolare, hanno avuto sulla Janson e che mette a confronto opere del primo con quelle della seconda. In effetti la Jansson si recò in Giappone nel 1971 (forse per la serie animata) e rimase colpita dall’arte orientale che seppe fare propria senza copiarla.
Il catalogo, dalla copertina telata, è di piccole dimensioni ma dalle molte pagine e dagli inserti interessanti (come pagine in finlandese delle prime edizioni dei libri dei Moomin). Completamente in giapponese, tuttavia è straboccante di immagini che lo rendono appetibile anche per chi non conosca la lingua. In Italia può essere richiesto a fioridiciliegioadriana@gmail.com. Per concludere, appena usciti dalla mostra un ristorante propone piatti in stile Moomin, destinati a colpire la vista prima che il gusto.






martedì 7 maggio 2019

GLI ALIENI DI BONADIMANI


Roberto Bonadimani, classe 1945, rappresenta un’anomalia nel mondo del fumetto italiano. Artista estremamente valido sia sotto il profilo grafico sia sotto quello narrativo, rimane tuttavia sconosciuto ai più, persino alla maggior parte dei lettori di fumetti, con l’esclusione di uno zoccolo duro di appassionati che aspetta con impazienza ogni suo nuovo volume e lo ricerca, come si trattasse di un leggendario tesoro, presso microetichette ed editori non specializzati che gli tributano gli onori che merita a dispetto di una scarsa visibilità. È forse proprio grazie a questa sua collocazione al di fuori dei radar principali che Bonadimani può permettersi di dedicarsi esclusivamente a progetti e generi che predilige, realizzando storie di fantascienza e fantasy in totale libertà. Ne è un esempio questo volume, una raccolta di racconti il più lungo dei quali (che dà il titolo al tomo) è totalmente incentrato su creature aliene dall’aspetto straordinariamente originale, ben lontano dagli stereotipi antropomorfi cui siamo abituati e che possono far storcere il naso a più di un editore tradizionale. Una delle peculiarità di Bonadimani consiste proprio nel non seguire le strade tracciate da altri, quanto piuttosto crearne di proprie. “Il destino dei semidei” parte dalla regina delle domande, qual è lo scopo della nostra vita, solo che a porsela è un’evolutissima specie aliena, i Pari, che decidono di porre tale quesito al proprio creatore, noto come Archetipo. Dam, uno dei Pari, intraprende quindi un interminabile viaggio lungo l’universo alla ricerca dell’Archetipo, incrociando la propria strada con migliaia di civiltà differenti. Ben presto comprende che tutte loro si pongono il medesimo quesito. La risposta a cui arriverà non porterà a nulla di buono. Come avrete già compreso, il fumetto ha un forte taglio intimista e i dialoghi sono uno dei suoi punti di forza. Il tema centrale nelle mani di qualsiasi altro disegnatore potrebbe rappresentare un grosso problema, poiché poco idoneo a una narrazione dinamica, tipica del linguaggio fumetto. Esseri alieni dalle fattezze indecifrabili, alle prese con dialoghi escatologici, sono l’antitesi di qualsiasi storia d’azione fantascientifica e rischiano di trascinare il lettore in un vortice di noia e sonnolenza piuttosto che di coinvolgimento. Eppure, questo per Bonadimani non rappresenta un problema, al contrario sfrutta il tema con grande naturalezza e con un personale e caratteristico stile grafico. Le sue vignette pur mantenendo una struttura rettangolare, si sviluppano sia in orizzontale che in verticale, possono essere piccole o grandissime, connettendosi all’interno di tavole che sono delle sorta di particolari puzzle, ognuno differente dall’altro, nei quali la ricchezza dei tratti si equilibra con un ampio utilizzo dei bianchi. È quella stessa ricchezza del disegno, quel mutare di forme e dimensioni a creare una sorta di flusso grafico quasi ipnotico che mantiene vigile lo sguardo del lettore e lo induce a indugiare su ogni singola vignetta per apprezzarne la ricchezza, così come a scivolare verso la successiva. Occhi e mente si abituano a mondi di primo acchito indecifrabili, facendosi trasportare in una narrazione che da inizialmente ostica si trasforma ben presto in coinvolgente.
Il volume contiene altri tre racconti brevi e parecchie illustrazioni che confermano le doti di cesellatore di Bonadimani e nelle quali è possibile imbattersi anche in figure umane, che, vi tolgo il dubbio, porta sulla carta con la medesima bravura. Una menzione particolare per le illustrazioni, in cui viene dato ulteriore sfogo al desiderio di creare mondi mai visti, immaginifici e pericolosi, incantevoli e spaventosi. È davvero invidiabile la capacità di Bonadimani di dare forma a flora e fauna che si meriterebbero interi trattati di biologia, botanica, zoologia e via dicendo, per spiegarne in dettaglio la vita e il funzionamento. Ed è ancora più straordinario che tutto ciò esca dalla mente e dalla mano di un solo uomo, quasi che avesse davvero viaggiato nello spazio incrociando forme di vita che a noi comuni terresti sono precluse. È la forza del disegno, è la forza del fumetto, è la forza della narrazione, che Bonadimani riesce misteriosamente a convogliare sulla carta, come una vera e propria divinità per quelle creature d’inchiostro di cui racconta vicissitudini e pensieri. Forse dio non esiste, ma certo è che per i suoi personaggi e i suoi universi Roberto Bonadimani è un vero e proprio demiurgo. 

 
LA SCHEDA
Roberto Bonadimani, Il destino dei Semidei
Self Press, pp. 148, euro 15,00


lunedì 22 aprile 2019

LA ZETA HA 100 ANNI!


Il signore nella foto (nella splendida interpretazione dell'azienda Dulcop) quest'anno compie 100 anni. Si tratta di Zorro, alias Don Diego De La Vega, che nella California messicana (quindi agli inizi dell’Ottocento) combatte tirannici governatori in favore della povera gente. Il personaggio, creato dalla scrittore Johnston McCulley, diviene popolare più che altro per le trasposizioni cinematografiche. La sua prima apparizione avviene nel romanzo breve La maledizione di Capistrano (The Curse of Capistrano), pubblicato sulla rivista pulp All-Story Weekly nell'agosto del 1919 e ripubblicato come Il segno di Zorro (The Mark of Zorro) in seguito al successo dell'omonimo film del 1920. Evito di citare tutti i personaggi a lui ispirati nei decenni, tra cui Batman.

lunedì 8 aprile 2019

AUGURI, GUNDAM!


In questo 2019 Gundam compie quarant'anni, per l'esattezza li ha compiuti ieri, 7 aprile. Ma questa formidabile serie robotica non si merita di essere celebrata solo per motivi anagrafici, bensì per essere stata foriera di molte innovazioni nel mondo degli anime, e nel filone dei robot giganti in particolare.
Senza Gundam, forse non ci sarebbe stato Evangelion e tutta una lunga serie di robot moderni che hanno entusiasmato gli appassionati di anime fino al XXI secolo.
Nel realizzare Gundam il maggior pregio del suo principale artefice, Yoshiyuki Tomino, è stato quello di non considerare i suoi giovani spettatori come “spugne” pronte ad assorbire qualsiasi cosa purché contenente giganti di metallo e scontri a colpi di pugni rotanti, bensì un pubblico attento e capace di distinguere una storia banale da una intelligente, dei personaggi macchietta da character realistici e credibili. La mezzoretta di durata di una puntata televisiva è stata trasformata da semplice intrettenimento, pura evasione, a momento di riflessione sul valore dell’uomo e sulla crudeltà della guerra. È per questo motivo che la serie di Gundam continua ad appassionare gli spettatori di tutto il mondo e a fornire spunti per nuove serie. Una buona storia è eterna. Buon compleanno, Gundam.

domenica 10 marzo 2019

UN RE BARBARO


Nato nel 1906 e morto nel 1936, suicida, Robert E. Howard (dove “E.” sta per Ervin) è considerato uno dei maestri della letteratura fantasy, anche se probabilmente è stato più apprezzato a decenni dalla sua morte che non quando era in vita. Segnato da un carattere introverso e da un’esistenza non troppo felice, da ragazzo si dedica allo sport in risposta alle angherie dei coetanei. Allo stesso tempo coltiva la lettura di avventure di cui diviene a sua volta scrittore già a quindici anni d’età. Prolificissimo autore pulp, popola le sue storie (diversi romanzi e moltissimi racconti) di uomini muscolosi e determinati, pronti a battersi contro avversari più numerosi o esseri mostruosi, in mondo fantastici in cui barbarie e scintillanti regni convivono. Tra i suoi personaggi più popolari vi sono Conan, King Kull, Solomon Kane, Bran Mak Morn. Molti di loro, “riscoperti” nella seconda metà del ventesimo secolo, sono stati al centro di serie a fumetti e adattamenti cinematografici.
Il grande pubblico conosce Howard soprattutto per Conan, il barbaro diventato celebre al di fuori del circuito degli appassionati grazie al film omonimo del 1982 interpretato da Arnold Schwarzenegger. Ma pochi sanno che Conan nasce da una costola di Kull. Il primo racconto di cui è protagonista, “La fenice sulla lama”, nasce infatti come racconto di Kull, modificato da Howard per dare forma a quello che è destinato a diventare il suo character più noto.
Ma chi è Kull? Un barbaro divenuto re, un uomo originario della mitica Atlantide. Scrive lo stesso Howard, in una lettera a un amico, riguardo al continente scomparso: “quanto ad Atlantide, credo che un continente del genere sia esistito, anche se non ho ipotesi specifiche sull’alto grado di civiltà esistitovi e, anzi, dubito che tale civiltà ci sia mai stata. È però vero che tanto tempo fa un continente o un territorio molto vasto deve essere sprofondato, perché presso quasi tutti i popoli si rinvengono leggende che parlano di un diluvio. E i Cro-Magnon apparvero all’improvviso in Europa, già a un alto stadio di cultura primitiva; da nessuna prova risulta che salirono la scala dalla totale barbarie alla civiltà, in Europa. Si è scoperto che i loro resti sostituirono di punto in bianco quelli dell’uomo di Neandertal, con il quale essi non hanno la minima parentela. Da dove trassero origine? Da nessuna regione del mondo a noi conosciuta.” Per farla breve, Howard decide di rendere il proprio personaggio, Kull, un atlantideo ma, dato che in questo suo mondo immaginario Atlantide è un regno di barbari, lo muove alla conquista di Valusia, il più potente dei sette imperi. Kull, noto anche come l’esule di Atlantide, ne diviene il sovrano e vive avventure in bilico tra eroismo e stregoneria, secondo una formula tipica di Howard che la applica anche ad altri suoi personaggi. Tra complotti di corte, stregoni malvagi, duelli a colpi di ascia e spada, i racconti di Kull si leggono d’un fiato, facendo ben comprendere come mai le produzioni di Howard continuino a essere tanto popolari e continuamente saccheggiate dai produttori di fumetti e film.
Anche sul fronte fumettistico Kull è messo un po’ in ombra dal suo collega più noto, Conan, ma in fondo è grazie proprio al successo di quest’ultimo se il re di Valusia si guadagna una propria serie a fumetti. Conan viene lanciato come protagonista di una collana Marvel (la casa editrice di Spider-Man e company) nel 1970, il suo successo è tale che già nel 1971 Roy Thomas, sceneggiatore ed editor Marvel oltre che appassionato di Howard, decide di dare una chance anche a Kull. Le prime due storie vantano tra i credit alcune matite d’eccezione come Bernie Wrightson e Wally Wood, che tuttavia non brillano troppo, il primo forse perché ancora troppo giovane e il secondo solamente inchiostratore di tavole di un Ross Andru poco a suo agio col personaggio. Ma con l’arrivo di John e Marie Severin (fratello e sorella) Kull prende finalmente forma. I due non sono virtuosi della matita, ma disegnatori dalle basi solide, dal tratto un po’ grezzo ma efficacissimo, come il carattere del personaggio e la prosa di Howard, che ben si sposa con i temi e le ambientazioni della serie. Le loro vignette sono ricche di dettagli, le anatomie belle e precise (dettaglio non da poco, visto che spesso i personaggi mostrano abbondantemente i muscoli), mentre gli sfondi ben curati lasciano intravedere le forme di quei regni fantastici che Howard ha potuto descrivere solo a parole. Il tutto arricchito da colori sgargianti tipici del fumetto avventuroso anni Settanta.
Il personaggio non si perde troppo in filosofeggiare e tende ad affrontare ogni problema a colpi di spada, rispettando appieno la filosofia howardiana.
La prosa della serie risulta un po’ ridondante, a causa della sua origine letteraria e di un modo di fare fumetto degli anni Settanta ben diverso da quello attuale che prevede un linguaggio scritto più asciutto a favore di una maggiore narratività delle immagini. Ma se questo può lasciare perplesso qualche giovane lettore di fumetti, farà piacere a quelli più anziani e ai lettori di romanzi “affamati” di parole. È giusto fare chiarezza: i fumetti di Kull non sono dei capolavori, ma una lettura estremamente godibile, in grado di visualizzare i mondi fantastici e i personaggi rudi immaginati da Howard ormai quasi un secolo fa. Crediamo che al bardo di Cross Plains, così come è stato soprannominato Howard, sarebbero piaciuti molto. 


LA SCHEDA
Roy Thomas e Gerry Conway (testi), John e Mary Severin e altri (disegni)
Kull il conquistatore
Panini Comics, pp. 216, euro 24,00

mercoledì 30 gennaio 2019

COCCO BILL & GLI ALTRI


In edicola è nuovamente in distribuzione il collezionabile dedicato a Jacovitti. Ecco, allora, un mio pezzullo. Bang! Bang!


Il suo stile è facilmente riconoscibile, le sue vignette sono un tripudio di dettagli e trovate folli, inclusi caratteristici oggetti (lische di pesce, salami, matite, ecc.) che sbucano inspiegabilmente dal terreno. I personaggi, gommosi e dai nasoni ingombranti, si muovono con disinvoltura e saltano come molle. L’umorismo è surreale e imprevedibile. La costruzione delle vignette originale e svincolata da qualsivoglia regola. Le onomatopee di “costruzione propria”, dato che spesso ai classici “bang” e “sdoing” preferisce i più italici “banghete”, “schiaffon”, “bummete”, “zacchete” e chi più ne ha più ne metta.
Ormai avrete capito che stiamo parlando di Benito Franco Giuseppe Jacovitti (1923-1997), noto semplicemente come Jacovitti o con l’ancor più breve Jac, nostrano artista (ma forse avrebbe preferito artigiano) delle nuvolette molto apprezzato nel nostro Paese ma forse non sufficientemente valorizzato. Fino a oggi.
Da molti mesi, infatti, la casa editrice Hachette distribuisce in edicola una collana di volumi a fumetti interamente dedicatagli, incentrata soprattutto sui suoi due characters più noti: Cocco Bill e Zorry Kid.
Il primo colpo di pistola Cocco Bill lo esplode il 28 marzo del 1957, su Il Giorno dei ragazzi, supplemento settimanale del quotidiano Il Giorno. Anzi, si tratta di una scarica di colpi di pistola: Bang! Bang! Bang! Bang! A riceverli, sul muso, è un malcapitato prepotente da saloon, che Cocco Bill apostrofa in tal guisa: “amico, hai bisogno di una sciacquatina di piombo ai denti!” Il manigoldo, infatti, è reo di aver sfottuto il neonato eroe a causa della sua passione per la camomilla a discapito degli alcolici. Il carattere del personaggio è insomma già definito, graficamente però e abbastanza diverso da come lo conosciamo oggi, essendo parecchio più basso e un poco più tozzo. Poco male, ben presto il virgulto si sviluppa e raggiunge l’altezza a tutti ben nota.
Cocco Bill si muove nelle praterie del Colorado del milleottocentosessantaquindici, nel mitico lontano ovest, o Far West per dirla all’americana. Non ama soprusi e prepotenti ed è rapidissimo con le pistole, che estrae dalle fondine con movimenti sinuosi e imprevedibili, evidenziati da scie curviformi da far invidia alle linee cinetiche dei fumetti giapponesi. È inoltre in grado di compiere acrobatiche imprese da far impallidire gli artisti circensi, come camminare su una gragnuola di proiettili, piroettare su se stesso lanciando calci volanti, effettuare capriole sparando e altri incredibili prodigi di coordinazione e movimento. È, in poche parole, l’unico e il solo Cocco Bill.
Nelle storie di Cocco Bill i topoi western vengono tutti rivisitati in chiave personale, adattati alle esigenze grafiche e narrative di un mondo movimentatissimo e stravagante. Così, oltre ai cowboy, nei fumetti di Jacovitti trovano spazio gli sheepboy (dediti alla cura delle pecore invece che delle mucche), mentre di fronte a un assalto alla diligenza sono i cavalli dal alzare per primi le mani, pardon, le zampe in segno di resa. I saloon di Cocco Bill sono davvero affollati, altro che quelli dei film, da un tripudio di personaggi intenti alle più varie occupazioni: sbronzarsi, scazzottarsi, giocare a poker, sparare, brindare, ecc. Il tutto condito dall’immancabile strimpellio di un pianista che pigia forte i tasti di un pianoforte sgangherato, sul quale troneggia il cartello “guai a chi spara sul pianista!” In mezzo a tutto questo bailamme spicca lui, Cocco Bill, sempre pronto a farsi valer in un duello a colpi di colt: banghete! banghete!
Difficile rivaleggiare in popolarità con Cocco Bill, ma ci prova il “fratello” spadaccino Zorry Kid.
Zorry Kid nasce come parodia di Zorro, che in spagnolo significa volpe, celebre personaggio nato nel 1919 sui pulp americani e approdato al successo internazionale grazie a innumerevoli film e telefilm.
Ma, appena nato, il pargolo si distacca immediatamente dall’illustre genitore per acquisire vita propria, completa autonomia, caratteristiche personali. Zorry Kid viene infatti immerso nel surreale mondo di Jacovitti, in cui non solo ogni storia, ma anche ogni singolo dettaglio di ogni pagina e di ogni vignetta ha risvolti divertenti e sfumature assurde.
La prima apparizione di Zorry Kid è datata 1968, e avviene sul Corriere dei Piccoli. Zorry Kid è il nome dell’eroe mascherato, un nome americanizzante perché desidera che la California di inizio Ottocento diventi libera e indipendente, proprio come gli Stati Uniti.
Spadaccino provetto, o presunto tale, Zorry Kid si batte contro gli spietati lanzeros, i soldati al servizio degli altrettanto spietati governanti locali. Questi non esitano ad arrestare e maltrattare chiunque esprima un dissenso, inclusi vecchi, donne e bambini. Ma, per dirla con parole sue, “a Zorry Kid non la si fa sol mi re do”, quindi espada in pugno affronta i temibili avversari in duelli che sembrano acrobatici balletti, un piroettare di lame la cui conclusione vede sempre el Zorry vincitore e una lettera zeta apparire sul fondoschiena, o su altra parte anatomica, dei malcapitati soldati. Il vendicatore mascherato, infatti, a colpi di spada infligge il suo marchio sul nemico, ma spesso si sbaglia lasciando quale firma una enne, oppure una bi, creando non poca confusione nella mente dei nemici.
Ma chi è Zorry Kid? Dietro questo misterioso caballero mascherado si nasconde Kid Paloma, ragazzotto di famiglia benestante e grande appassionato di ballo, flamengo soprattutto ma anche tango, cucaracia, conga, raspa, ciaciacià, tarantellon. Così come Zorry agita con maestria la sua lama, Paloma muove con indomita frequenza piedi e braccia, dando vita a coreografiche sequenze di giravolte, arabesque e fouetté. Nessuno sospetterebbe mai che dietro quel buono a nulla danzante si cela il più temibile nemico dell’ordine costituito. Ma indossata una mascherina e saltato in groppa al suo destriero Saratoga, ugualmente mascherato, Paloma divenga Zorry e attraverso un passaggio segreto, che inizia da un cassetto del comò finendo nel cortile di casa, sbuca da un vecchio albero per lanciarsi in una nuova avventura.
Per quanto le storie di Cocco Bill come quelle di Zorry Kid rispondano a una trama ben precisa, le loro tavole sono quanto di più anarchico possa esistere, perfettamente in linea col carattere del loro creatore che non ha mai amato costrizioni di nessun genere. “Vietato cosare!” intimava un cartello nel suo studio, perfetta sintesi di un desiderio di libertà e ironia che Jac cercava di esercitare anche nella vita di tutti i giorni, ma che ha trovato piene realizzazione nelle sue opere a fumetti. Opere che ancora oggi divertono e stupiscono come sessant’anni fa.

Benito Jacovitti
Cocco Bill e il meglio di Jacovitti
Hachette
pp. 56, euro 7,99 cad. (70 volumi settimanali)

lunedì 14 gennaio 2019

LA NUOVA FRONTIERA DC


Dato che è stato recentemente ristampato il fumetto "La Nuova Frontiera" (in edizione lussuosissima) del compianto Darwyn Cooke (scomparso prematuramente nel 2016), rispolvero una mia vecchia recensione.

Anche le vecchie glorie, se affidate a giovani mani e menti vivaci, possono sorprendere per vitalità e innovazione. È quanto accaduto alla Justice League, uno dei pù vecchi supergruppi della DC Comics (nato sulle ceneri della Justice Society of America), in cui militano tipetti come Batman, Superman e Wonder Woman, giusto per citare i più noti ma non necessariamente i più interessanti. Come può essere innovativo un gruppo che calca le scene da qualche decennio? Semplice, affidandole a un giovane artista tra i più interessanti dell’attuale scena americana, Darwyn Cooke, che lo rende protagonista di una straordinaria miniserie a fumetti (edita in due volumi anche in Italia e ora ristampata in un unico tomo) poi trasformata in un lungometraggio animato. Stiamo parlando di Justice League the New Frontier, un’operazione multimediale che è molto più di un semplice svecchiamento di un gruppo di eroi apparentemente logori, ma anche un atto d’amore nei confronti degli stessi, e una storia avvincente che scava a fondo nella loro personalità, nonché nei sogni e nel disincanto di un’America anni Cinquanta che ricorda molto quella dei nostri giorni. Il colpo di genio di Cooke consiste proprio nell’ambientare la vicenda in un periodo particolare per gli Usa, che usciti vittoriosi dalla Seconda guerra mondiale e pronti ad abbracciare le meraviglie della scienza e della tecnologia, devono immediatamente rintuzzare gli entusiasmi di fronte alla guerra di Corea, l’arrivo della guerra fredda e l’incombere del pericolo atomico. Un periodo, insomma, ricco di contraddizioni, tra cui i supereroi. Il governo americano ben presto mette fuori legge questi giustizieri mascherati. Coloro che non accettano tale decisione vengono braccati come delinquenti, visti con sospetto dalla popolazione. Memorabile la battuta di un comune cittadino che sottolinea con malevolo sarcasmo che il costume di Flash è rosso, il colore dei comunisti. Batman, anarchico come sempre, è l’unico che si rifiuta di subire le disposizioni governative, mentre Superman diventa una sorta di lacché del governo. In una posizione intermedia si trova Wonder Woman, che in realtà non è americana, ma che porta con sé un femminismo duro e dirompente per il mondo di metà Novecento. Messi i costumi sotto naftalina, gli eroi sembrano rassegnati alla loro uscita di scena, fino a quando una minaccia di proporzioni spaventose sveglia l’America dal suo torpore retrogrado e li richiama in campo. The Centre – creatura mostruosa, gigantesca e apparentemente invincibile (forse metafora dell’ignoranza bigotta dell’uomo) – può essere fermata solo dall’azione combinata di tutte le forze in gioco, dall’esercito e dai supereroi pronti a battersi fianco a fianco. È tempo di eroi, prima che di supereroi, di uomini e donne pronte al sacrificio per un bene più alto. In fondo è proprio questo il tema centrale della storia, come ha sottolineato lo stesso Darwin Cooke nel commentare la sua opera. Non a caso uno dei personaggi principali è Hal Jordan, pilota di arerei destinato a diventare Lanterna Verde, ma il cui apporto più significativo, a livello umano e narrativo, avviene prima che si trasformi in un supereroe. Il film in animazione per questioni di tempo è costretto a tagliare molte parti del fumetto originario, ma ne lascia intatto lo spirito e riesce anche a replicarne sullo schermo il tratto moderno e spigoloso, la ricerca di un segno essenziale ma efficace, che sa essere adulto e talvolta “cattivo” senza bisogno di cercare il realismo. Un disegno, tra l’altro, che ben si sposa con le esigenze dell’animazione, fluida e piacevole, e che si fonde ottimamente col design anni Cinquanta che rappresenta un altro dei punti forti della pellicola. Insomma, una visione fortemente consigliata.


mercoledì 2 gennaio 2019

RICORDANDO GRAZIA NIDASIO

Il 24 dicembre del 2018 è venuta a mancare Grazia a Nidasio. La ricordo con questa biografia che scrissi per il volume "Fumetto! 150 anni di Storie italiane" della Rizzoli (ancora in commercio).


Molto più che una semplice fumettista, Grazia Nidasio è anche una narratrice, un’illustratrice, un’artista in grado di usare il disegno per raccontare storie e persone. Il medium fumetto per lei non è mai “rigido”, vincolato in gabbie e riquadri, ma strumento malleabile nelle mani dell’autore. Non a caso nelle tavole del suo personaggio più famoso, Valentina, praticamente non esistono vignette squadrate o di forma regolare, al contrario numerosissimi e multiformi spazi, spesso perfino privi di contorni, dai moltissimi colori ed entro cui “galleggiano” balloons e didascalie. Eppure, nulla appare confuso o disordinato, al contrario la narrazione prosegue spedita e piacevole, in pagine che sembrano quasi arabeschi in stile art decò. E se l’aspetto grafico è originale e perfettamente padroneggiato, non di meno è quello narrativo. I suoi fumetti della Vale e della sorellina Stefi sono lenti di ingrandimento per osservare la società, sono strumenti per raccontare la famiglia italiana (e non solo). Di più, sono veri e propri mezzi di comunicazione utilizzati per raggiungere il pubblico (o i pubblici) coetaneo delle protagoniste, persino opportunità per fornire consigli e portare avanti campagne ambientaliste. Tutto ciò anche grazie ai personaggi, credibili, “veri”, e quindi visti dai giovani lettori come “amici di carta”.
Grazia Nidasio nasce a Milano nel 1931. Dopo aver conseguito il diploma al liceo artistico di Brera, si iscrive ai corsi regolari dell’Accademia con indirizzo in scultura e frequenta nel contempo la Scuola Serale del Nudo. Esordisce come illustratrice nel 1952 sul Corriere dei Piccoli, testata che un anno dopo ospita anche il suo primo fumetto. Si tratta di Alibella, una graziosa bambina con ali di farfalla. Nel marzo del 1954 tocca a Gelsomino, un ladro buono che agisce in tavole con didascalia in rima baciata, come consuetudine del Corrierino.
Nella seconda metà degli anni Cinquanta inizia a lavorare nell’ambito dell’editoria per ragazzi, firmando illustrazioni per l’editrice Marzocco e per Cino del Duca, a cui seguono, negli anni Sessanta, AMZ, Mursia, Salani, Einaudi, Mondadori e molti altri.
Dal 1961 realizza, ancora per il Corriere dei Piccoli e su testi di Guglielmo Zucconi, le tavole di Violante, cominciando a prendere dimestichezza con l’universo adolescenziale.
Nel 1964 tocca al Dottor Oss, più romanzo illustrato che fumetto vero e proprio, ottenuto adattando su testi di Mino Milani un’opera di Jules Verne.
Il 12 ottobre del 1969, sul Corriere dei Piccoli, appare il primo episodio di Valentina Mela Verde, destinata a essere pubblicata fino al 1976, passando nel 1972 sulle pagine del Corriere dei Ragazzi. Con la chiusura di quest’ultimo, cessa le pubblicazioni anche Valentina, ma le sopravvive la sorellina Stefi, da comprimaria diventata protagonista, le cui storie tornano sul Corrierino.
La chiusura della storica testata comporta la fine delle serie pubblicate con successo per tanti anni, ma la Stefi rimane nel ruolo di commentatrice in vignette satirico-umoristiche pubblicate settimanalmente dal Corriere della Sera, e in seguito diverrà protagonista di una serie in animazione.
Intanto la Nidasio prosegue il suo intenso lavoro da illustratrice, dai libri per l’infanzia alla collaborazione con i periodici, dalle vignette per i quotidiani alla divulgazione storico-scientifica, senza dimenticare le fruttuose incursioni nel campo della pubblicità e dell’animazione. Un’attività che frutta numerosi premi e riconoscimenti, fra gli altri: il Premio Andersen, come miglior autore nel 1987; il Premio Ford Foundation per la divulgazione scientifica sui Problemi Ambientali, la menzione speciale alla carriera assegnatale nel 2001 dalla prestigiosa giuria dell’Andersen che, nel 2006 ha anche scelto il titolo L’universo di Margherita da lei illustrato come il miglior libro di divulgazione dell’anno. Scompare il 24 dicembre del 2018.

sabato 22 dicembre 2018

ATTENTI AL DINOSAURO!


La recensione che segue è stata realizzata dal sottoscritto qualche mese fa, per una nuova rivista (non di fumetti o sui fumetti, ma di cultura generale per un pubblico maschile). Assieme a dei boxini (che non metto) sarebbe dovuta diventare una rubrica fissa all'interno della suddetta rivista. Avevo scelto anche un taglio particolare, un po' folle, proprio perché non diretta a un pubblico di "impallinati". La rivista non è uscita e dalla redazione non mi rispondono (mah…), quindi ho pensato di pubblicarla qui, almeno qualcuno la legge. E poi il fumetto (Kids with Guns) è bello.


Siamo stati tutti bambini e a dire il vero qualcuno non è mai cresciuto, incluso chi scrive. È la sindrome di Peter Pan, qualcosa che potrebbe apparire disdicevole alla gente comune, ma perfetta per chi fa il fumettista. Sembra esserne affetto anche Capitan Artiglio. Un uomo misterioso, e i più svegli avranno già capito che Capitan Artiglio è un nome d’arte, mentre quello vero, o quantomeno quello anagrafico, è Julien Cittadino. Dopo vari lavori come grafico e illustratore, soprattutto di copertine di album musicali, decide che da grande farà il fumettista. Ecco, quindi Kids with Guns, volume di debutto e primo di una trilogia. Un graphic novel (massì, facciamo gli snob e usiamo questa definizione che fa tanto colto) che è un po’ difficile da catalogare. Immaginate di prendere dinosauri, cowboy, pistoloni, scarpe da ginnastica alla moda, piramidi egizie, alieni, droni e di stiparli tutti in un frullatore. Aggiungete abbondanti manciate di colori, tanti colori, coloratissimi colori, e accendete l’elettrodomestico. Dopo due o tre minuti spegnete il frullatore, togliete il coperchio, aggiungete altri colori e via con un’altra bella frullata. Il risultato, steso su fogli di carta sarà Kids With Guns. Non è abbastanza chiaro? Va bene, ve lo spiego in modo più semplice. Tre fratelli con poteri mistici di cui sanno ancora poco si ritrovano con una bambina senza nome che spara più veloce di chiunque altro, in una frontiera rovente dove i sauri feroci sono solo il minore dei problemi. Come? Vi sembra ancora poco chiaro? Va bene, ci riprovo, ma per l’ultima volta. Immaginate che Kids with Guns sia una comune storia di cowboy, con tanto di fuorilegge e di sbirri che li inseguono. I tre fratelli Doolin sono i fuorilegge inseguiti e uno di loro, Dave, ha appena adottato una bambina. Solo che i personaggi non si muovono in un comune paesaggio western, ma nella misteriosa “vallata” dove cavalcano feroci dinosauri multicolore, sono inseguiti da guardie semirobotiche e frequentano saloon gestiti da alieni. Tutto chiaro adesso? Ci troviamo di fronte a un melting pot che sembra uscito dai sogni di un divoratore di crostini (questa è una battuta per fanatici dei fumetti, se non l’avete capita cercate su google) e che è pronto a inglobare il lettore in atmosfere pop davvero intriganti.
È lo stesso Capitan Artiglio a svelare “ho inserito in questo fumetto tutto quello che mi piaceva”, tra cui ovviamente i giganti preistorici: “ i dinosauri mi appassionano da sempre”. E a chi non piacciono i dinosauri?! Ma il Capitano fa di più, “tutto l’universo di Kids with Guns deve rispecchiare l’infanzia e un percorso di crescita.” Non è un caso, quindi, che la protagonista sia una bimbetta, ma una bimbetta che ha imparato a sparare prima di parlare. “Per la creazione del mio personaggio”, spiega, “mi sono ispirato principalmente ad Alita di Yukito Kishiro e alla ragazzina cowboy Ming Chao di Et Cetera, manga sconosciuto in Italia.” Ed ecco un altro pezzo di questo riuscito collage: i manga, ovvero per quei due che ancora non lo sapessero, i fumetti giapponesi. Da quella scuola fumettistica Capitan Artiglio prende soprattutto la libera impostazione delle tavole e un particolare gusto per le onomatopee, ma il suo disegno e la caratterizzazione dei personaggi ricordano più il fumetto indipendente occidentale. D’altra parte, per fare un buon minestrone è necessario usare molti vegetali differenti. Quindi ben vengano le situazioni da spaghetti western, la passione per Quentin Tarantino e gli omaggi al suo Bastardi senza Gloria. Potrei annoiarvi ancora a lungo citando le altre fonti di ispirazione, dalla musica ai videogiochi, ma credo sia il momento di smetterla con le ciance. Piuttosto, è ora di dedicarsi alla lettura di Kids with Guns, magari mettendo in sottofondo la canzone Kids With Guns dei Gorillaz (un gruppo che di fumetti se ne intende) a tutto volume. Nuff said!

SCHEDA
Titolo KIDS WITH GUNS
Autore CAPITAN ARTIGLIO
Editore BAO PUBLISHING
Pagine 208 - 20,00 EURO

domenica 4 novembre 2018

FB CENSURA JAPPALIBRI!

Da ieri Facebook mi impedisce di linkare sulle sue pagine i post del mio blog Jappalibri. Si tratta di un blog interamente dedicato alle segnalazioni di libri dal e sul Giappone. Presumo (perché Facebook non mi ha detto nulla) che il blocco sia dovuto alla recensione di un volume di Hajime Sorayama con donne nude. Il risultato, però, e che vengono bloccati tutti i post. Dato che quando si cominciano a censurare i libri (belli o brutti che siano) ritengo che le cose si stiano mettendo male, e dato che non intendo digerire la censura con facilità, vi invito a condividere questo post e ad andare a visitare Jappalibri, dove negli ultimi giorni ho parlto anche di Jiro Taniguchi, Fuyumi Soryo, Marco Reggiani e molti altri.

venerdì 2 novembre 2018

C'ERAVAMO TANTO AMATI…


Era circa la metà degli anni Ottanta, quando ancora internet era roba da fantascienza, gli aspiranti giornalisti, fumettisti, narratori, illustratori ecc. facevano rivistine su carta. Le fotocopiavano e le spedivano (già, in buste affrancate, preistoria). C’eravamo anche io e il mio amico Ezio, oltre a tutti i collaboratori. I testi scritti a macchina, gli impaginati messi assieme con carta e colla, le mani nere per il toner delle fotocopiatrici. Adesso che sono quasi diventato vecchio e non piace quasi nulla (cit.) rimpiango quelle rivistine di carta (fanzine, le chiamavamo), l’odore dell’inchiostro e le missive che arrivavano con le (poche) richieste dei lettori. Uno di questi giorni mi metto di buzzo buono e realizzo una nuova fanzine da fotocopiare. Per me, non per voi, che tanto non capireste…

domenica 30 settembre 2018

I GIALLI DEI "GIALLI"


Prima della guerra fredda con la Russia, per gli Stati Uniti la minaccia arriva da ancora più lontano, dal misterioso Oriente al grido di “pericolo giallo!”. Le storie di detective, come quelle di avventura e di guerra, hanno spesso bisogno di un nemico facilmente identificabile, una minaccia da sventare. Che sarebbe Sherlock Holmes senza Moriarty, o James Bond senza il KGB russo? Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento l’Occidente teme Cina e Giappone per svariati motivi. Innanzitutto la supremazia demografica, la sola Cina già allora vanta oltre quattrocento milioni di abitanti, potendo così mettere in campo un esercito potenzialmente composto da milioni di soldati. Poi quelle asiatiche sono culture molto differenti, spesso difficili da comprendere per il pubblico europeo e americano. Infine, nel conflitto russo/giapponese del 1904 a trionfare è il Giappone, creando un precedente preoccupante: è la prima volta che un esercito asiatico ne sconfigge uno occidentale. Insomma, una esplosiva miscela di timore, razzismo e ignoranza, spesso supportata da teorici economici e politici, si diffonde tra le popolazioni e raggiunge anche la narrativa di genere. Lo scrittore inglese Sax Rohmer (1883 - 1959) nel 1912 pubblica The Mistery of Dr. Fu Manchu, in Italia Il mistero del dott. Fu Manchu. Signore del crimine, genio del male, impersonificazione del temuto pericolo giallo, Fu Manchu vuole sconfiggere la “razza bianca” e ha l’aspetto stereotipato del cinese malvagio: occhi sottili e penetranti, lunghissimi baffi spioventi, unghie esagerate. A contrastarlo ci sono due detective inglesi, sir Denis Nayland Smith e il dottor Petrie, che hanno sempre la meglio per il rotto della cuffia senza però riuscire a batterlo del tutto, lasciando quindi la strada aperta a vari sequel.
Fu Manchu è ben presto seguito da vari epigoni, come Wu fang e il dr. Yen Sin, questa volta pubblicati sui pulp, riviste popolari americane poco pretenziose dal punto di vista letterario ma straboccanti di storie avvincenti e dalle copertine ipnotiche, spesso occupate proprio da quei pericolosi cinesi dagli sguardi agghiaccianti e dalle malvagie intenzioni. L’immagine del “giallo” malvagio rimbalza un po’ su tutti i media e finisce anche sui fumetti: l’alieno Ming, avversario di Flash Gordon, ha il medesimo aspetto di Fu Manchu, che tra l’altro negli anni Settanta viene recuperato per diventare l’avversario di Shang-Chi, eroe delle arti marziali dei fumetti Marvel Comics.



ARRIVA CHARLIE CHAN
Nel 1925 a contrastare la visione negativa degli orientali nei romanzi polizieschi arriva Charlie Chan, un detective cinese uscito dalla penna di Earl Derr Biggers (1884-1933). Questo romanziere statunitense ispirandosi a un poliziotto realmente esistente dà vita alla figura di un ispettore di Honolulu, corpulento ma dal passo lieve, che con sottile umorismo, citazioni confuciane e azzeccati aforismi risolve i casi più intricati. La prima indagine di Chan, The House without a Key nota in Italia come Charlie Chan e la casa senza chiavi, è datata 1925 e viene pubblicata a puntate sulla rivista Saturday Evening Post e in seguito in volume. Il personaggio riscuote subito un buon successo, diventando protagonista di altre cinque avventure prima che Biggers muoia di infarto. Tuttavia, Chan continua a vivere anche in assenza del suo creatore, dato che Hollywood, a partire dal 1926, gli dedica svariati film, prima basandosi sui romanzi poi facendo scrivere nuove sceneggiature. Sono quasi cinquanta i lungometraggi di cui è protagonista, cui si sommano una serie televisiva, Le avventure di Charlie Chan, e una cartoni animati prodotta da Hanna e Barbera, Il clan di Charlie Chan.
Come già segnalato, nel suo lavoro Chan fa uso di saggezza cinese e di quelli che definisce i “sette fiori”: cortesia, umorismo, pazienza, lentezza, rassegnazione, umiltà, prudenza. La popolarità del personaggio raggiunge anche il suo Paese d’origine, la Cina. Dopo i cinesi espatriati negli Stati Uniti, infatti, sono quelli della madre patria ad apprezzare le gesta del loro connazionale, soprattutto grazie ai film che a partire dagli anni Trenta vengono tradotti in cinese. Pare che quando Warner Oland, che interpreta Chan in 16 film a partire dal 1931, si reca in Cina molti quotidiani locali gli dedichino svariati articoli e che l’attore venga rispettosamente chiamato “Mr. Chan”.
Una segnalazione anche per i fumetti di Charlie Chan, disegnati con successo Alfred Andriola dal 1938 al 1942, per poi passare alla matita di altri artisti meno ispirati e tuttavia molto seguiti.


LE INDAGINI DEI GIUDICI
Dopo Charlie Chan, altri cinesi diventano protagonisti di storie in giallo, non si tratta però di detective, bensì di giudici.
Lo scrittore e orientalista olandese Robert Van Gulik (1910 - 1967) nel 1949 riporta alla luce una raccolta di antichi polizieschi cinesi intitolata Di gong’ an, I celebri casi del giudice Dee, il cui protagonista è, appunto, un giudice. L’operazione non ha grande successo, Van Gulik decide quindi di scrivere di suo pugno nuove avventure di Dee, anche se con caratteristiche più vicine al poliziesco occidentale che non alle storie di casi legali tipicamente cinesi. Queste ultime, infatti, più che sull’identificazione del colpevole, spesso noto fin dalle prime pagine, preferiscono concentrasti sulla metodologia del giudice/investigatore, sulla comprensione delle motivazioni del colpevole e sulla punizione che lo aspetta, formando un puzzle nel quale alla fine deve essere la giustizia a trionfare e va ristabilito l’ordine sociale. Gong’ an (“caso legale”), quindi, diventa il nome di un vero e proprio genere letterario incentrato principalmente sui giudici, popolare in Cina dal quattordicesimo fino al diciannovesimo secolo.
Tornando a Van Gulik, nel 1956 scrive il primo romanzo del Giudice Dee totalmente suo, I delitti del labirinto cinese, a cui ne seguono altri tredici e alcuni racconti. Ambientati nell’antica Cina, vedono il giudice alle prese con delitti da risolvere, ma anche con un Paese fatto di diseguaglianze, dove certo non mancano povertà e miseria. Facendo uso della logica, Dee risolve casi molto intricati.
Nel 2010 tocca al francese Patrick Marty, sceneggiatore, e al cinese Chogrui Nie, disegnatore dal tratto realistico, portare nuovamente alla ribalta in Occidente un giudice cinese, il Giudice Bao protagonista di un fumetto. Bao mostra una rigida intolleranza verso ogni forma di criminalità e si impegna nel punire severamente chi commette soprusi, al contrario è sempre pietoso nei confronti delle vittime, tanto da venire indicato come difensore dei deboli. Il giudice Bao e i suoi collaboratori – la guardia del corpo Zhan Zhao, il medico Gongsun Ce, il giovane allievo Bao Xing – percorrono una Cina ben descritta e fortemente corrotta.
Bao è ispirato a un giudice realmente esistito, Bao Zheng (999 - 1062), noto anche come Bao Gong (“Signor Bao”), un magistrato governativo noto per la sua onestà e imparzialità, a tal punto da arrivare a condannare parenti e persone vicine all’Imperatore cinese, oltre che impegnato nel combattere la corruzione. Tanta popolarità dopo la sua morte gli consente di entrare a far parte dell’immaginario collettivo giapponese, protagonista di storie, romanzi e opere teatrali nelle quali investiga, risolve casi criminali e condanna i colpevoli.
Come accade col giudice Dee, anche nelle storie del giudice Bao il protagonista non solo deve investigare, ma, in quanto rappresentante della legge e della giustizia, suo preciso compito è riportare l’ordine e la pace nei territori di sua competenza, se non in tutta la Cina.



INVESTIGATORI MODERNI
Alla fine dell’Ottocento, in Cina il genere gong’ an entra in crisi. Nel Novecento, grazie alle prime traduzioni di opere investigative occidentali, come quelle di Conan Doyle col suo Sherlock Holmes, la figura del giudice comincia a essere sostituita da quella del detective. Tra i responsabili della svolta vi è il anche il traduttore giapponese di Holmes, Cheng Xiaoqing (1893 - 1976), che dopo essersi dedicato alle opere dello scrittore inglese nel 1914 crea il proprio detective. Huo Sang, questo il suo nome, si muove nella Cina degli anni Venti, in una Shangai detta “la Parigi d’Oriente”. Assieme all’assistente Bao lang, che ricorda Watson e che come lui è il narratore delle storie, risolve complessi casi in una metropoli che ospita ricchezza e mondanità ma anche povertà e crimine. Esattamente come l’ispiratore inglese, Huo Sang usa la deduzione quale principale strumento del suo lavoro, osserva ogni minuscolo dettaglio, sviscera ogni minimo indizio, trasformandoli in pezzi di un puzzle che riesce immancabilmente a completare. La sua genialità investigativa viene ammirata da alcuni poliziotti, vista con sospetto e invidia da altri, ma l’imperturbabile protagonista non si lascia rallentare né da lusinghe né da critiche e i racconti/casi che lo vedono all’opera contano oltre trenta volumi. Inoltre, seguendo la tradizione occidentale, Cheng e Huo portano al centro dell’attenzione l’indagine, rafforzando l’elemento suspance, a discapito dei processi e delle sentenze.
Sempre a Shangai, a quanto pare palcoscenico preferito dei giallisti cinesi, si muove l’ispettore Chen Cao, uscito dalla penna di Qui Xiaolong (1953). Si tratta, però, di una Shangai molto differente, quella degli anni Novanta, controllata come il resto della Cina dal granitico Partito Comunista Cinese. Ed è proprio il PCC a partire dal 1949, anno in cui sale al potere, a proibire il genere giallo, che ritiene istigatore di desideri violenti e in contrasto con la società socialista. Un divieto che verrà ritirato solo nel 1978, ma nel frattempo molti scrittori hanno lasciato il Paese per trasferirsi altrove. Come Qui Xiaolong, che nel 2000 dà alle stampe negli Stati Uniti il primo dei nove romanzi di Chen: Death of a Red Heroine, in Italia La misteriosa morte della compagna Guan. Nonostante il protagonista sia un giovane traumatizzato dalle violenze subite durante la Rivoluzione Culturale maoista, e nonostante sia un poeta idealista e sognatore, laureato in letteratura, si ritrova assegnato al dipartimento di polizia, destinato suo malgrado a fare rispettare la legge. Comandante in capo della squadra casi speciali del Dipartimento di polizia di Shangai, Chen deve impiegare la logica come consuetudine, ma usare molta più discrezione dei suoi predecessori, per non turbare il delicato equilibrio politico locale.
Oltre che protagonista dei casi che deve risolvere, Chen è spettatore dei grandi cambiamento che percorrono tutta la società cinese, perché il genere poliziesco può essere anche questo, un testimone dei tempi.


sabato 11 agosto 2018

BOND INCONTRÒ LUPIN?


Può James Bond, un agente segreto inglese, incontrare Lupin, ladro gentiluomo francese? Teoricamente no, dato che la creatura di Ian Fleming e quella di Maurice Leblanc operano rispettivamente nella seconda e nella prima metà del ventesimo secolo. Eppure, una sorta di incrocio fortuito e ignorato dai più è accaduto realmente. Nel film "Si vive solo due volte", James Bond interpretato da Sean Connery si ritrova in Giappone e, in un vicolo affollato di insegne di locali, ne spicca una che riporta l’immagine e il nome di Lupin. Non si tratta di una citazione voluta degli sceneggiatori, ma più probabilmente di una circostanza fortunata quanto casuale. Il locale Lupin esiste realmente ed è aperto ancora oggi, a oltre cinquant’anni dall’uscita del film, nel quartiere di Ginza a Tokyo.
Aperto nel 1928 è noto, oltre che per i suoi cocktail, per essere frequentato da molti scrittori nipponici le cui foto sono appese alle pareti.
Attenzione, però, anche andando a cercare la sequenza nel film, difficilmente vedrete l'immagine nella sua completezza. La cinepresa "taglia" infatti la scena in orizzontale, mentre l'insegna del locale è in alto. Per vederla completa bisogna approfittare dello scatto di un fotografo di scena (quello in cima a questo post) che ha realizzato l'immagine in verticale.