mercoledì 30 gennaio 2019

COCCO BILL & GLI ALTRI


In edicola è nuovamente in distribuzione il collezionabile dedicato a Jacovitti. Ecco, allora, un mio pezzullo. Bang! Bang!


Il suo stile è facilmente riconoscibile, le sue vignette sono un tripudio di dettagli e trovate folli, inclusi caratteristici oggetti (lische di pesce, salami, matite, ecc.) che sbucano inspiegabilmente dal terreno. I personaggi, gommosi e dai nasoni ingombranti, si muovono con disinvoltura e saltano come molle. L’umorismo è surreale e imprevedibile. La costruzione delle vignette originale e svincolata da qualsivoglia regola. Le onomatopee di “costruzione propria”, dato che spesso ai classici “bang” e “sdoing” preferisce i più italici “banghete”, “schiaffon”, “bummete”, “zacchete” e chi più ne ha più ne metta.
Ormai avrete capito che stiamo parlando di Benito Franco Giuseppe Jacovitti (1923-1997), noto semplicemente come Jacovitti o con l’ancor più breve Jac, nostrano artista (ma forse avrebbe preferito artigiano) delle nuvolette molto apprezzato nel nostro Paese ma forse non sufficientemente valorizzato. Fino a oggi.
Da molti mesi, infatti, la casa editrice Hachette distribuisce in edicola una collana di volumi a fumetti interamente dedicatagli, incentrata soprattutto sui suoi due characters più noti: Cocco Bill e Zorry Kid.
Il primo colpo di pistola Cocco Bill lo esplode il 28 marzo del 1957, su Il Giorno dei ragazzi, supplemento settimanale del quotidiano Il Giorno. Anzi, si tratta di una scarica di colpi di pistola: Bang! Bang! Bang! Bang! A riceverli, sul muso, è un malcapitato prepotente da saloon, che Cocco Bill apostrofa in tal guisa: “amico, hai bisogno di una sciacquatina di piombo ai denti!” Il manigoldo, infatti, è reo di aver sfottuto il neonato eroe a causa della sua passione per la camomilla a discapito degli alcolici. Il carattere del personaggio è insomma già definito, graficamente però e abbastanza diverso da come lo conosciamo oggi, essendo parecchio più basso e un poco più tozzo. Poco male, ben presto il virgulto si sviluppa e raggiunge l’altezza a tutti ben nota.
Cocco Bill si muove nelle praterie del Colorado del milleottocentosessantaquindici, nel mitico lontano ovest, o Far West per dirla all’americana. Non ama soprusi e prepotenti ed è rapidissimo con le pistole, che estrae dalle fondine con movimenti sinuosi e imprevedibili, evidenziati da scie curviformi da far invidia alle linee cinetiche dei fumetti giapponesi. È inoltre in grado di compiere acrobatiche imprese da far impallidire gli artisti circensi, come camminare su una gragnuola di proiettili, piroettare su se stesso lanciando calci volanti, effettuare capriole sparando e altri incredibili prodigi di coordinazione e movimento. È, in poche parole, l’unico e il solo Cocco Bill.
Nelle storie di Cocco Bill i topoi western vengono tutti rivisitati in chiave personale, adattati alle esigenze grafiche e narrative di un mondo movimentatissimo e stravagante. Così, oltre ai cowboy, nei fumetti di Jacovitti trovano spazio gli sheepboy (dediti alla cura delle pecore invece che delle mucche), mentre di fronte a un assalto alla diligenza sono i cavalli dal alzare per primi le mani, pardon, le zampe in segno di resa. I saloon di Cocco Bill sono davvero affollati, altro che quelli dei film, da un tripudio di personaggi intenti alle più varie occupazioni: sbronzarsi, scazzottarsi, giocare a poker, sparare, brindare, ecc. Il tutto condito dall’immancabile strimpellio di un pianista che pigia forte i tasti di un pianoforte sgangherato, sul quale troneggia il cartello “guai a chi spara sul pianista!” In mezzo a tutto questo bailamme spicca lui, Cocco Bill, sempre pronto a farsi valer in un duello a colpi di colt: banghete! banghete!
Difficile rivaleggiare in popolarità con Cocco Bill, ma ci prova il “fratello” spadaccino Zorry Kid.
Zorry Kid nasce come parodia di Zorro, che in spagnolo significa volpe, celebre personaggio nato nel 1919 sui pulp americani e approdato al successo internazionale grazie a innumerevoli film e telefilm.
Ma, appena nato, il pargolo si distacca immediatamente dall’illustre genitore per acquisire vita propria, completa autonomia, caratteristiche personali. Zorry Kid viene infatti immerso nel surreale mondo di Jacovitti, in cui non solo ogni storia, ma anche ogni singolo dettaglio di ogni pagina e di ogni vignetta ha risvolti divertenti e sfumature assurde.
La prima apparizione di Zorry Kid è datata 1968, e avviene sul Corriere dei Piccoli. Zorry Kid è il nome dell’eroe mascherato, un nome americanizzante perché desidera che la California di inizio Ottocento diventi libera e indipendente, proprio come gli Stati Uniti.
Spadaccino provetto, o presunto tale, Zorry Kid si batte contro gli spietati lanzeros, i soldati al servizio degli altrettanto spietati governanti locali. Questi non esitano ad arrestare e maltrattare chiunque esprima un dissenso, inclusi vecchi, donne e bambini. Ma, per dirla con parole sue, “a Zorry Kid non la si fa sol mi re do”, quindi espada in pugno affronta i temibili avversari in duelli che sembrano acrobatici balletti, un piroettare di lame la cui conclusione vede sempre el Zorry vincitore e una lettera zeta apparire sul fondoschiena, o su altra parte anatomica, dei malcapitati soldati. Il vendicatore mascherato, infatti, a colpi di spada infligge il suo marchio sul nemico, ma spesso si sbaglia lasciando quale firma una enne, oppure una bi, creando non poca confusione nella mente dei nemici.
Ma chi è Zorry Kid? Dietro questo misterioso caballero mascherado si nasconde Kid Paloma, ragazzotto di famiglia benestante e grande appassionato di ballo, flamengo soprattutto ma anche tango, cucaracia, conga, raspa, ciaciacià, tarantellon. Così come Zorry agita con maestria la sua lama, Paloma muove con indomita frequenza piedi e braccia, dando vita a coreografiche sequenze di giravolte, arabesque e fouetté. Nessuno sospetterebbe mai che dietro quel buono a nulla danzante si cela il più temibile nemico dell’ordine costituito. Ma indossata una mascherina e saltato in groppa al suo destriero Saratoga, ugualmente mascherato, Paloma divenga Zorry e attraverso un passaggio segreto, che inizia da un cassetto del comò finendo nel cortile di casa, sbuca da un vecchio albero per lanciarsi in una nuova avventura.
Per quanto le storie di Cocco Bill come quelle di Zorry Kid rispondano a una trama ben precisa, le loro tavole sono quanto di più anarchico possa esistere, perfettamente in linea col carattere del loro creatore che non ha mai amato costrizioni di nessun genere. “Vietato cosare!” intimava un cartello nel suo studio, perfetta sintesi di un desiderio di libertà e ironia che Jac cercava di esercitare anche nella vita di tutti i giorni, ma che ha trovato piene realizzazione nelle sue opere a fumetti. Opere che ancora oggi divertono e stupiscono come sessant’anni fa.

Benito Jacovitti
Cocco Bill e il meglio di Jacovitti
Hachette
pp. 56, euro 7,99 cad. (70 volumi settimanali)

lunedì 14 gennaio 2019

LA NUOVA FRONTIERA DC


Dato che è stato recentemente ristampato il fumetto "La Nuova Frontiera" (in edizione lussuosissima) del compianto Darwyn Cooke (scomparso prematuramente nel 2016), rispolvero una mia vecchia recensione.

Anche le vecchie glorie, se affidate a giovani mani e menti vivaci, possono sorprendere per vitalità e innovazione. È quanto accaduto alla Justice League, uno dei pù vecchi supergruppi della DC Comics (nato sulle ceneri della Justice Society of America), in cui militano tipetti come Batman, Superman e Wonder Woman, giusto per citare i più noti ma non necessariamente i più interessanti. Come può essere innovativo un gruppo che calca le scene da qualche decennio? Semplice, affidandole a un giovane artista tra i più interessanti dell’attuale scena americana, Darwyn Cooke, che lo rende protagonista di una straordinaria miniserie a fumetti (edita in due volumi anche in Italia e ora ristampata in un unico tomo) poi trasformata in un lungometraggio animato. Stiamo parlando di Justice League the New Frontier, un’operazione multimediale che è molto più di un semplice svecchiamento di un gruppo di eroi apparentemente logori, ma anche un atto d’amore nei confronti degli stessi, e una storia avvincente che scava a fondo nella loro personalità, nonché nei sogni e nel disincanto di un’America anni Cinquanta che ricorda molto quella dei nostri giorni. Il colpo di genio di Cooke consiste proprio nell’ambientare la vicenda in un periodo particolare per gli Usa, che usciti vittoriosi dalla Seconda guerra mondiale e pronti ad abbracciare le meraviglie della scienza e della tecnologia, devono immediatamente rintuzzare gli entusiasmi di fronte alla guerra di Corea, l’arrivo della guerra fredda e l’incombere del pericolo atomico. Un periodo, insomma, ricco di contraddizioni, tra cui i supereroi. Il governo americano ben presto mette fuori legge questi giustizieri mascherati. Coloro che non accettano tale decisione vengono braccati come delinquenti, visti con sospetto dalla popolazione. Memorabile la battuta di un comune cittadino che sottolinea con malevolo sarcasmo che il costume di Flash è rosso, il colore dei comunisti. Batman, anarchico come sempre, è l’unico che si rifiuta di subire le disposizioni governative, mentre Superman diventa una sorta di lacché del governo. In una posizione intermedia si trova Wonder Woman, che in realtà non è americana, ma che porta con sé un femminismo duro e dirompente per il mondo di metà Novecento. Messi i costumi sotto naftalina, gli eroi sembrano rassegnati alla loro uscita di scena, fino a quando una minaccia di proporzioni spaventose sveglia l’America dal suo torpore retrogrado e li richiama in campo. The Centre – creatura mostruosa, gigantesca e apparentemente invincibile (forse metafora dell’ignoranza bigotta dell’uomo) – può essere fermata solo dall’azione combinata di tutte le forze in gioco, dall’esercito e dai supereroi pronti a battersi fianco a fianco. È tempo di eroi, prima che di supereroi, di uomini e donne pronte al sacrificio per un bene più alto. In fondo è proprio questo il tema centrale della storia, come ha sottolineato lo stesso Darwin Cooke nel commentare la sua opera. Non a caso uno dei personaggi principali è Hal Jordan, pilota di arerei destinato a diventare Lanterna Verde, ma il cui apporto più significativo, a livello umano e narrativo, avviene prima che si trasformi in un supereroe. Il film in animazione per questioni di tempo è costretto a tagliare molte parti del fumetto originario, ma ne lascia intatto lo spirito e riesce anche a replicarne sullo schermo il tratto moderno e spigoloso, la ricerca di un segno essenziale ma efficace, che sa essere adulto e talvolta “cattivo” senza bisogno di cercare il realismo. Un disegno, tra l’altro, che ben si sposa con le esigenze dell’animazione, fluida e piacevole, e che si fonde ottimamente col design anni Cinquanta che rappresenta un altro dei punti forti della pellicola. Insomma, una visione fortemente consigliata.


mercoledì 2 gennaio 2019

RICORDANDO GRAZIA NIDASIO

Il 24 dicembre del 2018 è venuta a mancare Grazia a Nidasio. La ricordo con questa biografia che scrissi per il volume "Fumetto! 150 anni di Storie italiane" della Rizzoli (ancora in commercio).


Molto più che una semplice fumettista, Grazia Nidasio è anche una narratrice, un’illustratrice, un’artista in grado di usare il disegno per raccontare storie e persone. Il medium fumetto per lei non è mai “rigido”, vincolato in gabbie e riquadri, ma strumento malleabile nelle mani dell’autore. Non a caso nelle tavole del suo personaggio più famoso, Valentina, praticamente non esistono vignette squadrate o di forma regolare, al contrario numerosissimi e multiformi spazi, spesso perfino privi di contorni, dai moltissimi colori ed entro cui “galleggiano” balloons e didascalie. Eppure, nulla appare confuso o disordinato, al contrario la narrazione prosegue spedita e piacevole, in pagine che sembrano quasi arabeschi in stile art decò. E se l’aspetto grafico è originale e perfettamente padroneggiato, non di meno è quello narrativo. I suoi fumetti della Vale e della sorellina Stefi sono lenti di ingrandimento per osservare la società, sono strumenti per raccontare la famiglia italiana (e non solo). Di più, sono veri e propri mezzi di comunicazione utilizzati per raggiungere il pubblico (o i pubblici) coetaneo delle protagoniste, persino opportunità per fornire consigli e portare avanti campagne ambientaliste. Tutto ciò anche grazie ai personaggi, credibili, “veri”, e quindi visti dai giovani lettori come “amici di carta”.
Grazia Nidasio nasce a Milano nel 1931. Dopo aver conseguito il diploma al liceo artistico di Brera, si iscrive ai corsi regolari dell’Accademia con indirizzo in scultura e frequenta nel contempo la Scuola Serale del Nudo. Esordisce come illustratrice nel 1952 sul Corriere dei Piccoli, testata che un anno dopo ospita anche il suo primo fumetto. Si tratta di Alibella, una graziosa bambina con ali di farfalla. Nel marzo del 1954 tocca a Gelsomino, un ladro buono che agisce in tavole con didascalia in rima baciata, come consuetudine del Corrierino.
Nella seconda metà degli anni Cinquanta inizia a lavorare nell’ambito dell’editoria per ragazzi, firmando illustrazioni per l’editrice Marzocco e per Cino del Duca, a cui seguono, negli anni Sessanta, AMZ, Mursia, Salani, Einaudi, Mondadori e molti altri.
Dal 1961 realizza, ancora per il Corriere dei Piccoli e su testi di Guglielmo Zucconi, le tavole di Violante, cominciando a prendere dimestichezza con l’universo adolescenziale.
Nel 1964 tocca al Dottor Oss, più romanzo illustrato che fumetto vero e proprio, ottenuto adattando su testi di Mino Milani un’opera di Jules Verne.
Il 12 ottobre del 1969, sul Corriere dei Piccoli, appare il primo episodio di Valentina Mela Verde, destinata a essere pubblicata fino al 1976, passando nel 1972 sulle pagine del Corriere dei Ragazzi. Con la chiusura di quest’ultimo, cessa le pubblicazioni anche Valentina, ma le sopravvive la sorellina Stefi, da comprimaria diventata protagonista, le cui storie tornano sul Corrierino.
La chiusura della storica testata comporta la fine delle serie pubblicate con successo per tanti anni, ma la Stefi rimane nel ruolo di commentatrice in vignette satirico-umoristiche pubblicate settimanalmente dal Corriere della Sera, e in seguito diverrà protagonista di una serie in animazione.
Intanto la Nidasio prosegue il suo intenso lavoro da illustratrice, dai libri per l’infanzia alla collaborazione con i periodici, dalle vignette per i quotidiani alla divulgazione storico-scientifica, senza dimenticare le fruttuose incursioni nel campo della pubblicità e dell’animazione. Un’attività che frutta numerosi premi e riconoscimenti, fra gli altri: il Premio Andersen, come miglior autore nel 1987; il Premio Ford Foundation per la divulgazione scientifica sui Problemi Ambientali, la menzione speciale alla carriera assegnatale nel 2001 dalla prestigiosa giuria dell’Andersen che, nel 2006 ha anche scelto il titolo L’universo di Margherita da lei illustrato come il miglior libro di divulgazione dell’anno. Scompare il 24 dicembre del 2018.

sabato 22 dicembre 2018

ATTENTI AL DINOSAURO!


La recensione che segue è stata realizzata dal sottoscritto qualche mese fa, per una nuova rivista (non di fumetti o sui fumetti, ma di cultura generale per un pubblico maschile). Assieme a dei boxini (che non metto) sarebbe dovuta diventare una rubrica fissa all'interno della suddetta rivista. Avevo scelto anche un taglio particolare, un po' folle, proprio perché non diretta a un pubblico di "impallinati". La rivista non è uscita e dalla redazione non mi rispondono (mah…), quindi ho pensato di pubblicarla qui, almeno qualcuno la legge. E poi il fumetto (Kids with Guns) è bello.


Siamo stati tutti bambini e a dire il vero qualcuno non è mai cresciuto, incluso chi scrive. È la sindrome di Peter Pan, qualcosa che potrebbe apparire disdicevole alla gente comune, ma perfetta per chi fa il fumettista. Sembra esserne affetto anche Capitan Artiglio. Un uomo misterioso, e i più svegli avranno già capito che Capitan Artiglio è un nome d’arte, mentre quello vero, o quantomeno quello anagrafico, è Julien Cittadino. Dopo vari lavori come grafico e illustratore, soprattutto di copertine di album musicali, decide che da grande farà il fumettista. Ecco, quindi Kids with Guns, volume di debutto e primo di una trilogia. Un graphic novel (massì, facciamo gli snob e usiamo questa definizione che fa tanto colto) che è un po’ difficile da catalogare. Immaginate di prendere dinosauri, cowboy, pistoloni, scarpe da ginnastica alla moda, piramidi egizie, alieni, droni e di stiparli tutti in un frullatore. Aggiungete abbondanti manciate di colori, tanti colori, coloratissimi colori, e accendete l’elettrodomestico. Dopo due o tre minuti spegnete il frullatore, togliete il coperchio, aggiungete altri colori e via con un’altra bella frullata. Il risultato, steso su fogli di carta sarà Kids With Guns. Non è abbastanza chiaro? Va bene, ve lo spiego in modo più semplice. Tre fratelli con poteri mistici di cui sanno ancora poco si ritrovano con una bambina senza nome che spara più veloce di chiunque altro, in una frontiera rovente dove i sauri feroci sono solo il minore dei problemi. Come? Vi sembra ancora poco chiaro? Va bene, ci riprovo, ma per l’ultima volta. Immaginate che Kids with Guns sia una comune storia di cowboy, con tanto di fuorilegge e di sbirri che li inseguono. I tre fratelli Doolin sono i fuorilegge inseguiti e uno di loro, Dave, ha appena adottato una bambina. Solo che i personaggi non si muovono in un comune paesaggio western, ma nella misteriosa “vallata” dove cavalcano feroci dinosauri multicolore, sono inseguiti da guardie semirobotiche e frequentano saloon gestiti da alieni. Tutto chiaro adesso? Ci troviamo di fronte a un melting pot che sembra uscito dai sogni di un divoratore di crostini (questa è una battuta per fanatici dei fumetti, se non l’avete capita cercate su google) e che è pronto a inglobare il lettore in atmosfere pop davvero intriganti.
È lo stesso Capitan Artiglio a svelare “ho inserito in questo fumetto tutto quello che mi piaceva”, tra cui ovviamente i giganti preistorici: “ i dinosauri mi appassionano da sempre”. E a chi non piacciono i dinosauri?! Ma il Capitano fa di più, “tutto l’universo di Kids with Guns deve rispecchiare l’infanzia e un percorso di crescita.” Non è un caso, quindi, che la protagonista sia una bimbetta, ma una bimbetta che ha imparato a sparare prima di parlare. “Per la creazione del mio personaggio”, spiega, “mi sono ispirato principalmente ad Alita di Yukito Kishiro e alla ragazzina cowboy Ming Chao di Et Cetera, manga sconosciuto in Italia.” Ed ecco un altro pezzo di questo riuscito collage: i manga, ovvero per quei due che ancora non lo sapessero, i fumetti giapponesi. Da quella scuola fumettistica Capitan Artiglio prende soprattutto la libera impostazione delle tavole e un particolare gusto per le onomatopee, ma il suo disegno e la caratterizzazione dei personaggi ricordano più il fumetto indipendente occidentale. D’altra parte, per fare un buon minestrone è necessario usare molti vegetali differenti. Quindi ben vengano le situazioni da spaghetti western, la passione per Quentin Tarantino e gli omaggi al suo Bastardi senza Gloria. Potrei annoiarvi ancora a lungo citando le altre fonti di ispirazione, dalla musica ai videogiochi, ma credo sia il momento di smetterla con le ciance. Piuttosto, è ora di dedicarsi alla lettura di Kids with Guns, magari mettendo in sottofondo la canzone Kids With Guns dei Gorillaz (un gruppo che di fumetti se ne intende) a tutto volume. Nuff said!

SCHEDA
Titolo KIDS WITH GUNS
Autore CAPITAN ARTIGLIO
Editore BAO PUBLISHING
Pagine 208 - 20,00 EURO

domenica 4 novembre 2018

FB CENSURA JAPPALIBRI!

Da ieri Facebook mi impedisce di linkare sulle sue pagine i post del mio blog Jappalibri. Si tratta di un blog interamente dedicato alle segnalazioni di libri dal e sul Giappone. Presumo (perché Facebook non mi ha detto nulla) che il blocco sia dovuto alla recensione di un volume di Hajime Sorayama con donne nude. Il risultato, però, e che vengono bloccati tutti i post. Dato che quando si cominciano a censurare i libri (belli o brutti che siano) ritengo che le cose si stiano mettendo male, e dato che non intendo digerire la censura con facilità, vi invito a condividere questo post e ad andare a visitare Jappalibri, dove negli ultimi giorni ho parlto anche di Jiro Taniguchi, Fuyumi Soryo, Marco Reggiani e molti altri.

venerdì 2 novembre 2018

C'ERAVAMO TANTO AMATI…


Era circa la metà degli anni Ottanta, quando ancora internet era roba da fantascienza, gli aspiranti giornalisti, fumettisti, narratori, illustratori ecc. facevano rivistine su carta. Le fotocopiavano e le spedivano (già, in buste affrancate, preistoria). C’eravamo anche io e il mio amico Ezio, oltre a tutti i collaboratori. I testi scritti a macchina, gli impaginati messi assieme con carta e colla, le mani nere per il toner delle fotocopiatrici. Adesso che sono quasi diventato vecchio e non piace quasi nulla (cit.) rimpiango quelle rivistine di carta (fanzine, le chiamavamo), l’odore dell’inchiostro e le missive che arrivavano con le (poche) richieste dei lettori. Uno di questi giorni mi metto di buzzo buono e realizzo una nuova fanzine da fotocopiare. Per me, non per voi, che tanto non capireste…

domenica 30 settembre 2018

I GIALLI DEI "GIALLI"


Prima della guerra fredda con la Russia, per gli Stati Uniti la minaccia arriva da ancora più lontano, dal misterioso Oriente al grido di “pericolo giallo!”. Le storie di detective, come quelle di avventura e di guerra, hanno spesso bisogno di un nemico facilmente identificabile, una minaccia da sventare. Che sarebbe Sherlock Holmes senza Moriarty, o James Bond senza il KGB russo? Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento l’Occidente teme Cina e Giappone per svariati motivi. Innanzitutto la supremazia demografica, la sola Cina già allora vanta oltre quattrocento milioni di abitanti, potendo così mettere in campo un esercito potenzialmente composto da milioni di soldati. Poi quelle asiatiche sono culture molto differenti, spesso difficili da comprendere per il pubblico europeo e americano. Infine, nel conflitto russo/giapponese del 1904 a trionfare è il Giappone, creando un precedente preoccupante: è la prima volta che un esercito asiatico ne sconfigge uno occidentale. Insomma, una esplosiva miscela di timore, razzismo e ignoranza, spesso supportata da teorici economici e politici, si diffonde tra le popolazioni e raggiunge anche la narrativa di genere. Lo scrittore inglese Sax Rohmer (1883 - 1959) nel 1912 pubblica The Mistery of Dr. Fu Manchu, in Italia Il mistero del dott. Fu Manchu. Signore del crimine, genio del male, impersonificazione del temuto pericolo giallo, Fu Manchu vuole sconfiggere la “razza bianca” e ha l’aspetto stereotipato del cinese malvagio: occhi sottili e penetranti, lunghissimi baffi spioventi, unghie esagerate. A contrastarlo ci sono due detective inglesi, sir Denis Nayland Smith e il dottor Petrie, che hanno sempre la meglio per il rotto della cuffia senza però riuscire a batterlo del tutto, lasciando quindi la strada aperta a vari sequel.
Fu Manchu è ben presto seguito da vari epigoni, come Wu fang e il dr. Yen Sin, questa volta pubblicati sui pulp, riviste popolari americane poco pretenziose dal punto di vista letterario ma straboccanti di storie avvincenti e dalle copertine ipnotiche, spesso occupate proprio da quei pericolosi cinesi dagli sguardi agghiaccianti e dalle malvagie intenzioni. L’immagine del “giallo” malvagio rimbalza un po’ su tutti i media e finisce anche sui fumetti: l’alieno Ming, avversario di Flash Gordon, ha il medesimo aspetto di Fu Manchu, che tra l’altro negli anni Settanta viene recuperato per diventare l’avversario di Shang-Chi, eroe delle arti marziali dei fumetti Marvel Comics.



ARRIVA CHARLIE CHAN
Nel 1925 a contrastare la visione negativa degli orientali nei romanzi polizieschi arriva Charlie Chan, un detective cinese uscito dalla penna di Earl Derr Biggers (1884-1933). Questo romanziere statunitense ispirandosi a un poliziotto realmente esistente dà vita alla figura di un ispettore di Honolulu, corpulento ma dal passo lieve, che con sottile umorismo, citazioni confuciane e azzeccati aforismi risolve i casi più intricati. La prima indagine di Chan, The House without a Key nota in Italia come Charlie Chan e la casa senza chiavi, è datata 1925 e viene pubblicata a puntate sulla rivista Saturday Evening Post e in seguito in volume. Il personaggio riscuote subito un buon successo, diventando protagonista di altre cinque avventure prima che Biggers muoia di infarto. Tuttavia, Chan continua a vivere anche in assenza del suo creatore, dato che Hollywood, a partire dal 1926, gli dedica svariati film, prima basandosi sui romanzi poi facendo scrivere nuove sceneggiature. Sono quasi cinquanta i lungometraggi di cui è protagonista, cui si sommano una serie televisiva, Le avventure di Charlie Chan, e una cartoni animati prodotta da Hanna e Barbera, Il clan di Charlie Chan.
Come già segnalato, nel suo lavoro Chan fa uso di saggezza cinese e di quelli che definisce i “sette fiori”: cortesia, umorismo, pazienza, lentezza, rassegnazione, umiltà, prudenza. La popolarità del personaggio raggiunge anche il suo Paese d’origine, la Cina. Dopo i cinesi espatriati negli Stati Uniti, infatti, sono quelli della madre patria ad apprezzare le gesta del loro connazionale, soprattutto grazie ai film che a partire dagli anni Trenta vengono tradotti in cinese. Pare che quando Warner Oland, che interpreta Chan in 16 film a partire dal 1931, si reca in Cina molti quotidiani locali gli dedichino svariati articoli e che l’attore venga rispettosamente chiamato “Mr. Chan”.
Una segnalazione anche per i fumetti di Charlie Chan, disegnati con successo Alfred Andriola dal 1938 al 1942, per poi passare alla matita di altri artisti meno ispirati e tuttavia molto seguiti.


LE INDAGINI DEI GIUDICI
Dopo Charlie Chan, altri cinesi diventano protagonisti di storie in giallo, non si tratta però di detective, bensì di giudici.
Lo scrittore e orientalista olandese Robert Van Gulik (1910 - 1967) nel 1949 riporta alla luce una raccolta di antichi polizieschi cinesi intitolata Di gong’ an, I celebri casi del giudice Dee, il cui protagonista è, appunto, un giudice. L’operazione non ha grande successo, Van Gulik decide quindi di scrivere di suo pugno nuove avventure di Dee, anche se con caratteristiche più vicine al poliziesco occidentale che non alle storie di casi legali tipicamente cinesi. Queste ultime, infatti, più che sull’identificazione del colpevole, spesso noto fin dalle prime pagine, preferiscono concentrasti sulla metodologia del giudice/investigatore, sulla comprensione delle motivazioni del colpevole e sulla punizione che lo aspetta, formando un puzzle nel quale alla fine deve essere la giustizia a trionfare e va ristabilito l’ordine sociale. Gong’ an (“caso legale”), quindi, diventa il nome di un vero e proprio genere letterario incentrato principalmente sui giudici, popolare in Cina dal quattordicesimo fino al diciannovesimo secolo.
Tornando a Van Gulik, nel 1956 scrive il primo romanzo del Giudice Dee totalmente suo, I delitti del labirinto cinese, a cui ne seguono altri tredici e alcuni racconti. Ambientati nell’antica Cina, vedono il giudice alle prese con delitti da risolvere, ma anche con un Paese fatto di diseguaglianze, dove certo non mancano povertà e miseria. Facendo uso della logica, Dee risolve casi molto intricati.
Nel 2010 tocca al francese Patrick Marty, sceneggiatore, e al cinese Chogrui Nie, disegnatore dal tratto realistico, portare nuovamente alla ribalta in Occidente un giudice cinese, il Giudice Bao protagonista di un fumetto. Bao mostra una rigida intolleranza verso ogni forma di criminalità e si impegna nel punire severamente chi commette soprusi, al contrario è sempre pietoso nei confronti delle vittime, tanto da venire indicato come difensore dei deboli. Il giudice Bao e i suoi collaboratori – la guardia del corpo Zhan Zhao, il medico Gongsun Ce, il giovane allievo Bao Xing – percorrono una Cina ben descritta e fortemente corrotta.
Bao è ispirato a un giudice realmente esistito, Bao Zheng (999 - 1062), noto anche come Bao Gong (“Signor Bao”), un magistrato governativo noto per la sua onestà e imparzialità, a tal punto da arrivare a condannare parenti e persone vicine all’Imperatore cinese, oltre che impegnato nel combattere la corruzione. Tanta popolarità dopo la sua morte gli consente di entrare a far parte dell’immaginario collettivo giapponese, protagonista di storie, romanzi e opere teatrali nelle quali investiga, risolve casi criminali e condanna i colpevoli.
Come accade col giudice Dee, anche nelle storie del giudice Bao il protagonista non solo deve investigare, ma, in quanto rappresentante della legge e della giustizia, suo preciso compito è riportare l’ordine e la pace nei territori di sua competenza, se non in tutta la Cina.



INVESTIGATORI MODERNI
Alla fine dell’Ottocento, in Cina il genere gong’ an entra in crisi. Nel Novecento, grazie alle prime traduzioni di opere investigative occidentali, come quelle di Conan Doyle col suo Sherlock Holmes, la figura del giudice comincia a essere sostituita da quella del detective. Tra i responsabili della svolta vi è il anche il traduttore giapponese di Holmes, Cheng Xiaoqing (1893 - 1976), che dopo essersi dedicato alle opere dello scrittore inglese nel 1914 crea il proprio detective. Huo Sang, questo il suo nome, si muove nella Cina degli anni Venti, in una Shangai detta “la Parigi d’Oriente”. Assieme all’assistente Bao lang, che ricorda Watson e che come lui è il narratore delle storie, risolve complessi casi in una metropoli che ospita ricchezza e mondanità ma anche povertà e crimine. Esattamente come l’ispiratore inglese, Huo Sang usa la deduzione quale principale strumento del suo lavoro, osserva ogni minuscolo dettaglio, sviscera ogni minimo indizio, trasformandoli in pezzi di un puzzle che riesce immancabilmente a completare. La sua genialità investigativa viene ammirata da alcuni poliziotti, vista con sospetto e invidia da altri, ma l’imperturbabile protagonista non si lascia rallentare né da lusinghe né da critiche e i racconti/casi che lo vedono all’opera contano oltre trenta volumi. Inoltre, seguendo la tradizione occidentale, Cheng e Huo portano al centro dell’attenzione l’indagine, rafforzando l’elemento suspance, a discapito dei processi e delle sentenze.
Sempre a Shangai, a quanto pare palcoscenico preferito dei giallisti cinesi, si muove l’ispettore Chen Cao, uscito dalla penna di Qui Xiaolong (1953). Si tratta, però, di una Shangai molto differente, quella degli anni Novanta, controllata come il resto della Cina dal granitico Partito Comunista Cinese. Ed è proprio il PCC a partire dal 1949, anno in cui sale al potere, a proibire il genere giallo, che ritiene istigatore di desideri violenti e in contrasto con la società socialista. Un divieto che verrà ritirato solo nel 1978, ma nel frattempo molti scrittori hanno lasciato il Paese per trasferirsi altrove. Come Qui Xiaolong, che nel 2000 dà alle stampe negli Stati Uniti il primo dei nove romanzi di Chen: Death of a Red Heroine, in Italia La misteriosa morte della compagna Guan. Nonostante il protagonista sia un giovane traumatizzato dalle violenze subite durante la Rivoluzione Culturale maoista, e nonostante sia un poeta idealista e sognatore, laureato in letteratura, si ritrova assegnato al dipartimento di polizia, destinato suo malgrado a fare rispettare la legge. Comandante in capo della squadra casi speciali del Dipartimento di polizia di Shangai, Chen deve impiegare la logica come consuetudine, ma usare molta più discrezione dei suoi predecessori, per non turbare il delicato equilibrio politico locale.
Oltre che protagonista dei casi che deve risolvere, Chen è spettatore dei grandi cambiamento che percorrono tutta la società cinese, perché il genere poliziesco può essere anche questo, un testimone dei tempi.


sabato 11 agosto 2018

BOND INCONTRÒ LUPIN?


Può James Bond, un agente segreto inglese, incontrare Lupin, ladro gentiluomo francese? Teoricamente no, dato che la creatura di Ian Fleming e quella di Maurice Leblanc operano rispettivamente nella seconda e nella prima metà del ventesimo secolo. Eppure, una sorta di incrocio fortuito e ignorato dai più è accaduto realmente. Nel film "Si vive solo due volte", James Bond interpretato da Sean Connery si ritrova in Giappone e, in un vicolo affollato di insegne di locali, ne spicca una che riporta l’immagine e il nome di Lupin. Non si tratta di una citazione voluta degli sceneggiatori, ma più probabilmente di una circostanza fortunata quanto casuale. Il locale Lupin esiste realmente ed è aperto ancora oggi, a oltre cinquant’anni dall’uscita del film, nel quartiere di Ginza a Tokyo.
Aperto nel 1928 è noto, oltre che per i suoi cocktail, per essere frequentato da molti scrittori nipponici le cui foto sono appese alle pareti.
Attenzione, però, anche andando a cercare la sequenza nel film, difficilmente vedrete l'immagine nella sua completezza. La cinepresa "taglia" infatti la scena in orizzontale, mentre l'insegna del locale è in alto. Per vederla completa bisogna approfittare dello scatto di un fotografo di scena (quello in cima a questo post) che ha realizzato l'immagine in verticale.

domenica 29 luglio 2018

ADDIO A CORTEZ

Il 26 luglio è venuto a mancare Luigi Corteggi. Lo ricordo con questa scheda che ne ripercorre la carriera.


Nato a Milano il 21 giugno 1933, dopo aver frequentato l’Accademia di Brera e aver conseguito una specializzazione in grafica Luigi Corteggi apre uno studio pubblicitario con un socio. Nel 1962 comincia a collaborare con la casa editrice Universo, per la quale realizza giochi e illustrazioni, ma anche alcuni episodi per L’Intrepido del fumetto umoristico Superbone, monello gradasso ma anche ingenuo e sfortunato.
Nel 1965 approda all’editoriale Corno, per la quale disegna con lo pseudonimo Cortez alcune avventure di Maschera Nera, western creato da Max Bunker alias Luciano Secchi. Comincia quindi una duratura collaborazione con la casa editrice e lo sceneggiatore, realizzando i disegni di vari numeri dei neri Kriminal e Satanik, nonché un paio di episodi di Gesebel, la corsara dello spazio nata sempre dalla fantasia di Bunker. Per tali serie si occupa anche della grafica e delle copertine, che realizza con tecnica pittorica e con una straordinaria cura di ogni elemento grafico, creando composizioni assai suggestive e moderne.
Realizza anche le prime dodici copertine di Alan Ford, ideandone pure il logo, sempre in stile pittorico, puntando questa volta su sfondi bianchi su cui ben si stagliano le figure dei personaggi.
Nonostante l’intesa attività per la Corno, cui affianca quella privata di pittore, nel 1969 trova il tempo per altri lavori, tra cui disegnare cartoline umoristiche, lavori grafici per riviste e, soprattutto, per disegnare Thomas, un western thrilling per adulti dell’Editrice Augusta, di cui esce un solo episodio (ma Corteggi ne disegna anche il secondo) a causa del fallimento dell’editore.
Nel 1975 entra nello staff della Bonelli, dedicandosi prima alla grafica delle collane Un Uomo un’avventura e America e poi a disegnare le copertine del Piccolo Ranger, in sostituzione di Franco Donatelli che utilizza uno stile pittorico simile al suo.
Sempre per Bonelli diviene redattore e art director e in tale veste crea i loghi della maggior parte delle testate, incluso quello di Mister No, molti dei quali destinati a durare sino ai giorni nostri.
Nel 1980, per la Collana Rodeo, disegna "L'astronave perduta", una bella avventura di fantascienza, scritta da Giorgio Pezzin e composta da un unico episodio.
Contemporaneamente all’attività in Bonelli, dal 1976 collabora brevemente con Il Giornalino disegnando illustrazioni di carattere spaziale, mentre per la casa editrice Mercury realizza Meteor & Co., fumetto per ragazzi in cui mette a frutto la propria passione per l’astronomia. Del 1981 è invece il suo Benigni a fumetti.
Nel 2004 il Castello di Bereguardo (in provincia di Pavia) ospita una sua personale dal titolo Luigi Corteggi: dal paesaggio al fantastico, dedicata a una serie di quadri in cui il mondo della realtà si contrappone a quello dei sogni e della fantasia.
Nel 2005 la casa editrice IF gli dedica il volumetto La grafica di Corteggi dalla Corno alla Bonelli, in cui viene finalmente svelato lo splendido lavoro svolto da Corteggi sui loghi e sulla grafica dei più importanti fumetti italiani degli ultimi quarant’anni.

venerdì 27 luglio 2018

DEADWOOD DICK


Il mio amico in divisa blu ci teneva a presentarvi il primo numero di "Deadwood Dick", nuova serie western della Sergio Bonelli Editore, dopotutto è anche lui un Buffalo Soldier (così venivano chiamati i soldati di colore arruolati in appositi reparti) proprio come il protagonista.
A parte gli scherzi, questa nuova pubblicazione merita decisamente una lettura. Confesso subito di non avere letto il romanzo di Joe R. Lansdale da cui è stata adattata la storia, ma il risultato finale è una ventata di aria fresca nel panorama del western nostrano che da parecchio non propone nulla di nuovo. Il protagonista, Deadwood Dick è un uomo di colore che per sfuggire a una ingiusta impiccagione si arruola tra i Buffalo Soldiers. La sua avventura è efficacemente narrata "a singhiozzo" andanti avanti e indietro nel tempo, ma senza che ciò danneggi il ritmo narrativo, anzi rafforzandolo e aggiungendo dettagli di volta in volta. I dialoghi sono ricchi ed efficaci, il disegno di Corrado Mastantuono uno spettacolo per gli occhi, col suo tratteggio ricco e curato, le vignette dettagliate (ma non inutilmente), il bell'equilibrio tra bianchi e neri. In apertura di albo anche un paio di redazionali, merce rara ultimamente visto che anche pubblicazioni molto più costose non si degnano di inserire neanche due righe su storia e autori. Insomma, da seguire sperando che anche i numeri successivi siano all'altezza, ma non vedo perché non dovrebbero esserlo. Infine, citazione per Michele Masiero, colonna della Bonelli, che si è ben occupato della sceneggiatura.



lunedì 2 luglio 2018

DALLA CINA CON SPLENDORE


Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, il nascente fumetto cinese era conosciuto con molti nomi a seconda delle sue sfumature: fengci hua (“disegni satirici”), yuyi hua (“dipinti allegorici”), zhengzhi hua (“dipinti politici”), ecc., mentre con lianhuantu venivano indicati dei libretti contenenti storie narrate per immagini. Il termine lian huan hua (letteralmente “immagini incatenate”) è quello che si è poi imposto per indicare genericamente il fumetto cinese. La definizione rende bene l'idea della sequenza di immagini in correlazione tra loro per formare un'opera di narrativa. Per quel che riguarda le strisce si parla invece di si ge man hua (“storie in quattro vignette”).
In tempi odierni ha preso invece piede il termine manhua, probabilmente mutuato da Hong Kong, per indicare i fumetti moderni. Dopo decenni di difficoltà, in cui era stato trasformato in mezzo di propaganda oppure in un clone dei vicini manga, il fumetto cinese da circa un decennio comincia finalmente a mostrare le proprie potenzialità. Gli autori scalpitano per liberarsi dai vincoli del passato e le loro opere vengono timidamente pubblicate all’estero. Come nella caso della giovane Zao Dao (classe 1990) che approdata nel mercato francese inizia a essere tradotta nel resto d’Europa. Il suo graphic novel “Il soffio del vento tra i primi” racconta la storia dell’altrettanto giovane Yaya, che abbandona il villaggio natale per sfidare le tempeste e combattere le bestie feroci che obbediscono a un terribile demone, Rakshasa, la donna cannibale. Con l’aiuto di Juiling, la fata delle montagne, Yaya apprende i misteri della natura e a leggere il vento, strumento utilissimo per combattere, i demoni e gli spiriti al servizio di Rakshasa. Yaya deve affrontare l’ignoto, deve imparare a vivere oltre che combattere, deve insomma intraprendere un viaggio iniziatico allo scoperta di se stessa. Non è un caso, quindi, se i titoli dei cinque capitoli di cui si compone l’opera corrispondono ai cinque elementi che fanno parte dei pilastri del pensiero cinese, di cui si avvale anche la medicina tradizionale. La costituzione dell’individuo, infatti, dipende dal prevalere di uno dei suddetti cinque elementi: legno, fuoco, terra, metallo, acqua. La loro influenza riveste un ruolo fondamentale, nella personalizzazione della cura e nella prevenzione. Se si scopre l’elemento base di una persona, si possono individuarne e attenuarne eventuali punti di debolezza, predisposizioni a malanni e adattarsi meglio ai cambiamenti indotti dai cicli stagionali, biologici ed esistenziali. Insomma, Zao Dao fa propri elementi tradizionali della cultura cinese, così come si appropria di alcuni suoi elementi grafici. Non fumettistici, che come si diceva sopra appaiono datati, ma pittorici. Le sue tavole sembrano dipinti, ricchi e dettagliati, rifuggendo la tradizionale struttura con suddivisione in vignette per preferire, nella stragrande maggioranza dei casi, illustrazioni a tutta pagina o addirittura a doppia pagina. Ricordano la pittura paesaggistica cinese detta shan shui, che raffigura paesaggi naturali e si rifà a sua volta alla teoria dei cinque elementi, abbinando a ogni elemento un colore e una “direzione” nel dipinto. Ovviamente, Zao Dao interpreta in modo personale tale indicazioni, facendo per esempio un uso più ampio e soggettivo dei colori. Le sue tavole sono ricchissime di dettagli e di sfumature, a tal punto da perdercisi dentro, tra montagne svettanti e prati popolati da decine di uccelli, o ancora interni straripanti di lanterne, oggetti, teiere, frutti. Sembra quasi di esserci, in quei luoghi orientaleggianti e fantastici, in quegli sfondi che sembrano senza confini e che le dimensioni della pagina non riescono a contenere al proprio interno. Sfogliare “Il soffio del vento tra i pini” significa perdersi in un mondo violento e pauroso, ma anche intrigante, bellissimo, quasi ipnotico, che non si vorrebbe mai lasciare. Tutto ciò, però, ha un prezzo. Il fumetto è narrazione, non solo immagine, e la scelta di puntare tutto su quest’ultima penalizza molto la storia, rendendola quasi un pretesto per fare sfoggio di doti artistiche. Il gioco, comunque, vale la candela e dispiace voltare l’ultima pagina del volume abbandonando quei luoghi maestosi e quei dettagli di cultura antica che ci hanno incantato. In chiusura solo una piccola nota sull’edizione, ottima dal punto di vista cartotecnico ma carente sul piano dell’informazione. Secondo una brutta abitudine ormai molto in voga tra gli editori di fumetti, non solo non è presente nessuna introduzione, ma neanche una biografia dell’autrice, che fino a oggi sconosciuta in Occidente avrebbe avuto bisogno quantomeno di una piccola presentazione. Ma forse sono noi che sono troppo esigenti…

Zao Dao
Il soffio del vento tra i pini
Edizioni Oblomov
pp. 120, euro 18,00


venerdì 22 giugno 2018

LAMÙ COMPIE 40 ANNI


Quaranta anni fa è giunta dallo spazio la più temibile delle minacce: una bellissima aliena in bikini! Come? Non sembra una minaccia? Prima di esserne certi state a vedere quali guai è in grado di combinare e, soprattutto, di quali disastri si rende responsabile il terrestre di cui è innamorata. Senza parlare del codazzo di creature che si porta dietro…

Gli abitanti del pianeta Oniboshi, in orbita attorno alla stella Uru, decidono di invadere la Terra. Gli alieni, più lungimiranti di quanto ci si aspetterebbe, si mettono però d'accordo con gli esseri umani per evitare una sanguinosa guerra. Gli scontri fisici vengono sostituiti da una semplice gara: un essere umano dovrà rincorrere e cercare di acchiappare un alieno. L'uomo è scelto a caso da un computer, e si rivela essere l'adolescente Moroboshi Ataru. Il rappresentante alieno è invece l'affascinante principessa Lamù. Seppur con parecchie difficoltà e l'uso di qualche trucchetto, Ataru riesce a vincere la gara, ma Lamù si innamora di lui e decide di restare sulla Terra. È l’inizio di una sarabanda di avventure fatta di equivoci, affetti corrisposti e non, scontri tra culture, terrestri allupati e alieni stravaganti. Una sorta di enorme giostra del divertimento che in Giappone è nota col titolo Urusei Yatsura, traducibile all’incirca come “i casinisti della stella Uru”.

IL MANGA
Scritto è disegnato da Takahashi Rumiko, il manga Urusei Yatsura (noto in Italia come Lamù, dal nome della protagonista) viene pubblicato tra il 1978 e il 1987 sulla rivista Shonen Sunday della casa editrice Shogakukan, appassionando un pubblico sia maschile sia femminile, come spesso accade alle serie della Takahashi. Merito di una storia che mescola sapientemente umorismo e azione, sentimenti e trovate fantastiche, bishojo (belle ragazze) e paradossi fantascientifici. Tutto parte dalla convivenza tra il terrestre e l’aliena, che non è certo delle più semplici, dato che Ataru oltre a essere sfacciato e sgraziato è sempre pronto a correre dietro a qualsiasi ragazza terrestre, in particolar modo alla coetanea Shinobu che, ingelosita da Lamù, si lega all'aristocratico Mendo, al contrario attratto dall'aliena con cornina e discinto bikini. Al contempo tutti i compagni di classe di Ataru sbavano dietro a Lamù e accusano Ataru di tenerla prigioniera. Spuntano poi altre belle ragazze concupite da Ataru e compagni, extraterrestri un tempo legati sentimentalmente a Lamù e ogni sorta di creature buffe e pericolose. Ne consegue una babele di intricate situazioni, divertenti e vivacissime, in cui l’infuriata aliena colpisce con scariche ad alto voltaggio il malcapitato Ataru ogni qualvolta posa lo sguardo su una ragazza, mentre scontri apocalittici devastano la scuola e il quartiere di Tokyo dove abita Ataru. Un crescendo di distruzione che non impedisce ai protagonisti, all’inizio di ogni nuova puntata, di ricominciare all’infinito il loro eterno teatrino.

GLI ANIME
L’equazione manga di successo uguale anime di successo si applica con efficacia anche a Lamù, che nel 1981 diviene una lunghissima serie televisiva in 195 episodi, prodotta da Kitty Films, Studio Pierrot e Fuji Television. Il tratto della Takahashi, ai tempi della pubblicazione dei primi episodi ancora grezzo, viene addolcito e reso maggiormente accattivante. Le trame degli episodi attingono a piene mani dal manga, ma dato il loro grande numero vengono ideate anche storie totalmente nuove. Inoltre, gli animatori si divertono a inserire citazioni di altri anime famosi, come Rocky Joe, Ken il guerriero, Nausicaä, Cyborg 009, ecc.
Oltre che di un divertentissimo manga e una serie televisiva, i personaggi di Urusei Yatsura divengono protagonisti anche di molti film altrettanto esilaranti, per l’esattezza 11 OAV e 6 lungometraggi cinematografici. Alcuni di questi ultimi sono affidati alla regia di Oshii Mamoru, che già ha collaborato alla serie televisiva, il quale vi inserisce una forte componente onirica. È in particolare in Beautiful Dreamer (del 1984) che emerge tale caratteristica, grazie a un escamotage che costringe tutti i personaggi a rivivere all’infinito la stessa giornata.
Visto anche il lungo lasso temporale che passa dalla prima puntata della serie televisiva (1981) all’ultimo lungometraggio (1991), come accaduto per il manga anche il disegno degli anime si evolve e Sei sempre il mio tesoruccio, film conclusivo e celebrativo del decennale, vanta un tratto abbastanza differente, che si avvicina più a Ranma ½ (successiva serie della Takahashi) che non ai primi episodi di Lamù.

PUBBLICO E INFLUENZE
Così come il manga, anche gli anime di Lamù tendono ad accattivarsi le simpatie di un pubblico di entrambi i sessi. Non solo, pur essendo ospitato su una magazine diretta a un pubblico di ragazzini, Urusei Yatsura piace anche agli adolescenti e addirittura agli adulti. Difficile individuare il motivo di una popolarità tanto trasversale, ma certamente una delle sue componenti principali sta nella capacità di abbinare quotidiano e fantastico. Una particolare miscela che la Takahashi confessa di avere in parte assorbito dai libri di Tsutsui Yasutaka, scrittore attualmente ben noto ai fan di manga e anime (a suoi romanzi sono ispirati i lungometraggi in animazione Paprika e La ragazza che saltava nel tempo), ma a fine anni Settanta noto principalmente ai lettori di fantascienza. Sempre da Tsutsui arriva il gusto per lo slapstick, ovvero per la comicità basata sul linguaggio del corpo, di cui i personaggi Urusei Yatsura sono estremamente dotati. Con le loro movenze buffe, le espressioni facciali esagerate, una gestualità eccessiva per i giapponesi, inviano continui messaggi a lettori e spettatori, moltiplicando l’effetto comico. Alla fine, resta solo un dubbio: ma sono più casinisti gli alieni giunti dal pianeta Oniboshi o i singolari terrestri incontrati a Tokyo?


venerdì 6 aprile 2018

ADDIO A ISAO TAKAHATA


È scomparso oggi Isao Takahata. Nato nel 1935, nel 1959 entra a far parte della Toei Doga in qualità di allievo regista. È in quella azienda, nella quale nascono le prime importante produzioni animate giapponesi, che si imbatte nei colleghi Yasuo Otsuka e Hayao Miyazaki. Firma la sua prima regia cinematografica nel 1968, grazie al film La grande avventura del piccolo principe Valiant. Il successo internazionale arriva però nel 1974 con Heidi, a cui seguono Marco e Anna dai capelli rossi, tre serie tratte da altrettanti romanzi europei. È soprattutto sull’ultima che compie un lavoro straordinario, rendendola un concentrato di poesia e di giovanile esuberanza.
Inoltre, assieme ad Hayao Miyazaki è uno dei responsabili della prima serie televisiva del più famoso ladro giapponese, Lupin III. Partita con altri registi al timone, la serie infatti non riscuote grandi consensi, così i produttori giungono a una decisione: chiamare Takahata e Miyazaki perché imprimano una svolta decisiva alla serie. Difficile dire esattamente a che punto della stessa i due prendano il controllo, ma generalmente si tende a considerare quale spartiacque tra le due gestioni il settimo episodio.
Ritornato ai film per il cinematografo, Takahata non ha timori nello scegliere temi ostici e fortemente drammatici, oppure nel puntare su personaggi e situazioni difficilmente esportabili all'estero. Basti pensare al film Goshu il violoncellista (del 1982) che, per quanto ricco di buffi animaletti, fa della musica classica il suo tema portante. Oppure a Una tomba per le lucciole, Ricordi struggenti, Ponpoko e La famiglia Yamada.
Va infine ricordato che, assieme ad Hayao Miyazaki, è il fondatore dello Studio Ghibli, uno dei più rinomati studi d'animazione del Giappone e del mondo intero.

giovedì 15 marzo 2018

SERVONO GRAFICI!


I grafici, quelli bravi, ci aiutano a vivere, perché riempiono il nostro quotidiano di oggetti belli da vedere, da toccare, da collocare sui nostri scaffali. Queste scatole di te sono dei piccoli capolavori, e pregusto il sapore della bevanda solo a guardarle. Il cartoncino con cui sono realizzate è poroso e piacevole al tatto. Il packaging è importante! Sapevatelo italiche aziende! Spendendo pochi soldi potete farne molti, dovete però utilizzare grafici con le palle.


domenica 4 marzo 2018

4 MARZO


"Era il 4 marzo (e io ho i miei buoni motivi per ricordarmene). Mi alzai un po’ prima del solito e trovai Sherlock Holmes che ancora non aveva finito la prima colazione. La padrona di casa si era tanto assuefatta alle mie abitudini di dormiglione che non mi aveva preparato il posto a tavola. Con l’irragionevole petulanza del genere umano, suonai il campanello e annunciai bruscamente che aspettavo il caffè, poi presi una rivista che era sulla tavola e tentai di ammazzare il tempo leggendo, mentre il mio compagno sbocconcellava in silenzio il pane tostato. Uno degli articoli aveva un segno a matita vicino al titolo e, naturalmente, cominciai a scorrerlo." John Watson

Arthur Conan Doyle, Uno studio in rosso, 1887, tr.it. A. Tedeschi, Mondadori, 2012, p. 22