domenica 14 maggio 2017

AUGURI, ANDY!


Andy Capp compie 60 anni. Creato nel 1957, dall’inglese Reginald Smythe (in arte Reg Smythe), Andy Capp è disoccupato per scelta, lavativo per vocazione, ubriacone per passione. È il più noto personaggio delle strisce inglesi, ma le sue “avventure” hanno un appeal universale e sono pubblicate in mezzo mondo. Nato come protagonista di un panel (una vignetta singola) pubblicato sul quotidiano britannico Daily Mirror, ben presto questo piccolo uomo, con il berretto perennemente calcato sugli occhi e con la cicca in bocca, diviene protagonista di una striscia e di una tavola domenicale. Tra le sue passioni vi è anche il calcio, visto e giocato, a cui però non applica le regole del fair play, ma la propria visione della vita politically uncorrect, sfaccendata e aggressiva al medesimo tempo. Il personaggio è molto noto in Italia, anche se non viene pubblicato con continuità da anni.




martedì 9 maggio 2017

FANTASCIENZA E SUPEREROI


Il canone, dal greco kanon (regola), è quell’insieme di norme che mirano a ottenere un equilibrio compositivo, a opere che appaiano armoniose, proporzionate. È evidente che si tratta di un concetto applicabile soprattutto all’arte, ma non solo. Per esempio, l’idea che abbiamo di bellezza (ammesso che essa stessa non sia arte) risponde a un canone, a sua volta frutto del tempo, della società e della cultura in cui è immerso o di cui è il frutto. La celeberrima Venere di Milo risponde al canone di bellezza del suo tempo (secondo secolo avanti Cristo), ma meno a quello attuale. Oggi, una donna con i fianchi abbondanti della Venere non vincerebbe mai il Concorso di Miss Italia. Sperando che gli dei greci non mi abbiano maledetto per un simile paragone, è evidente che l’arte e la cultura in genere non sono altro che un continuo affermarsi di un canone fino al sopraggiungere di qualcuno o qualcosa che lo “forza” per crearne uno nuovo, o per tornare a un canone precedente. Accade anche nell’arte popolare e, di conseguenza, anche nel mondo dei fumetti.
Jack Kirby (1917-1994), definito “The King” (Il Re), dai suoi numerosi fan in tutto il mondo, è stato un artista che ha avuto il coraggio e la forza di forzare il canone vigente per imporre il proprio. Attivissimo tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta, Kirby si è occupato soprattutto di disegnare albi di supereroi, filone molto popolare negli Stati Uniti che ha contribuito a costruire e arricchire. Uomini generalmente in calzamaglia, o comunque con vistose divise, dotati di superpoteri grazie ai quali si impegnano nel combattere minacce di ogni tipo, dai comuni delinquenti a invasori extraterrestri. Inizialmente, il canone grafico alla base dei disegni di tali storie è abbastanza tradizionale e di matrice realistica, ma a partire dagli anni Sessanta Kirby lo stravolge. È come se pensasse “questi personaggi hanno poteri straordinari, vengono coinvolti in scontri stupefacenti, affrontando pericoli incredibili, perché anche il modo di rappresentarli non può essere straordinario?” Così le sue anatomie cominciano a deformarsi, i muscoli si gonfiano, gli arti si allungano, le bocche si spalancano, gli occhi si sbarrano. Nella foga della lotta, al culmine del pathos, tutto diviene esagerato, ma intelligentemente esagerato. Non solo, Kirby ama le splash page (vignette a tutta pagina), addirittura le doppie splash page e esagera anche nella rappresentazione della tecnologia, figlia di gigantismo e geometria, con pistoloni squadrati, carri armati grandi come edifici e schermi di computer enormi come quelli da stadio.
Tutto questo è (anche) OMAC, serie di metà anni Settanta di cui Kirby realizzò sia testi sia disegni. OMAC è l’acronimo di One Man Army Corp (Esercito di un solo uomo), in origine un comune essere umano (Buddy Blank) che, per mano dell’Agenzia di Pace, viene trasformato in una sorta di super agente mondiale tramite l’utilizzo di fantomatici raggi inviatigli da un satellite nello spazio, noto come Brother Eye, che lo foraggia anche con informazioni ed eventuali ulteriori poteri. In tale veste OMAC affronta criminali e dittatori del futuro che utilizzano potere, armi e tecnologia ai propri malvagi fini. Come avrete compreso, i testi non erano certo il punto forte di Kirby, che puntava su trame lineari e abbastanza scontate, dove i “cattivi” erano cattivi tout-court e si distinguevano immediatamente dall’aspetto, mentre i buoni avevano personalità scolpite nella roccia come i loro muscoli, senza altro pensiero o scopo se non prendere a cazzotti i cattivi di cui sopra.
Nonostante questo, OMAC si lascia leggere, soprattutto a fronte dei cataclismatici disegni di Kirby, che nei supercombattimenti ci sguazza, e che per il futuro distopico ha sempre avuto una grande passione, controbilanciandolo ovviamente con la figura dell’eroe di turno, sorta di dio greco di tempi moderni ed esageratamente tecnologici. Una lettura che sa di fantascienza retrò e di infantili supereroismi, ma che i fan del Re (incluso il sottoscritto) amano alla follia poiché da essi soggiogati da bambini. Se già amate Kirby, OMAC fa per voi, se invece non lo conoscete vi consiglio di provarlo, ma guardandolo con gli occhi di un fanciullo che per la prima volta osserva le stelle e ne rimane abbagliato pur senza comprenderle appieno.
In chiusura, una nota sulla colorazione. Negli anni Settanta il modo di colorare i fumetti americani era molto diverso da quello attuale, più “forte”, più eccentrico, più pop. Inoltre, per motivi tipografici, i colori che non fossero di base (rosso, magenta, giallo e ciano) venivano resi con matrici di puntini di questi ultimi (una sorta di pointillismo pop) che opportunamente dosati e mischiati davano vita a un tripudio di verdi, gialli accecanti, rossi vivaci, viola e blu che rendevano magari un po’ kitsch, ma sicuramente affascinanti e grandiosi i personaggi e il loro mondo. Furono anche quei puntini a ispirare la pop art e autori come Roy Lichtenstein e Andy Warhol, che li ripresero nelle loro opere accentuandone ulteriormente dimensioni e vivacità. Un’esplosione cromatica che si è cercato di rispettare in questa nuova edizione di OMAC ricolorata però perdendo i “puntini” a causa dell’utilizzo di tecniche moderne, che probabilmente appariranno migliori ai lettori odierni, ma che lacerano il cuore di vecchi fan e appassionati di pop culture che hanno vissuto ai tempi d’oro dei “pallini colorati”. Il tempo passa, il canone cambia.

OMAC di Jack Kirby
RW Edizioni
pp. 176, euro 18,95




mercoledì 26 aprile 2017

LO SAPEVI CHE… PREISTORICO

Dal vostro amichevole Castellazzi di quartiere un "lo sapevi che…" a tema dinosauri (che vendono sempre, un po' come cani, bimbi e donne gnude). A me piace la grafica shocking.




martedì 7 febbraio 2017

LO SPAZIO E L'UOMO


Nel 2016 sono passati cinquantacinque anni dall’invio del primo uomo al di fuori dell’atmosfera terrestre. Il cosmonauta russo Yuri Gagarin, lanciato il 12 aprile del 1961, è stato il primo essere umano a potersi vantare di aver visto la Terra dallo spazio. Un privilegio che, proprio a causa della sua straordinarietà, divenne anche una maledizione, dato che Gagarin passò il resto della propria vita, conclusasi prematuramente a causa di un incidente aereo, nel vano desiderio di poter tornare tra le stelle. Insomma, come talvolta accade, i sogni dell’uomo portano a grandi traguardi ma anche a qualche tragedia.
Quello dello spazio è un sogno coltivato da lungo tempo, già nell’ottocento gli scrittori raccontano di meravigliose imprese tese a viaggiare oltre i confini dell’atmosfera. Lo fa per esempio Jules Verne nel 1865 col suo Dalla terra alla Luna, mentre il russo Aleksej Nikolaevic Tolstoj nel 1922, grazie al romanzo Aelita, racconta lo sbarco su Marte di due connazionali. Solo opere di letteratura? Forse non la pensano così gli scienziati del tempo, dato che nel 1903 l’insegnante russo Konstantin Tsiolkovsky pubblica un saggio sui razzi nei quali ne suggerisce l’utilizzo per arrivare nello spazio. Nel 1914 il fisico americano Robert Goddard ipotizza un volo verso la Luna. Nel 1923, il tedesco Hermann Oberth pubblica a proprie spese la tesi di laurea “Sui razzi nello spazio interplanetario”. Tutti questi uomini sono accomunati, oltre che da una visione profetica dei viaggi spaziali, dal fatto di non essere compresi dai contemporanei, spesso ridicolizzati dalla stampa, talvolta anche dai loro colleghi. Qualche decina di anni dopo, però, la Storia (quella con la esse maiuscola) gli darà ragione.
Come molte altre conquiste scientifiche, anche i viaggi spaziali trovano il loro “carburante” principale nell’insana propensione degli uomini alla guerra. La straordinaria, e per certi versi impetuosa, corsa allo spazio sviluppatisi a partire dagli anni Cinquanta è infatti frutto della Guerra Fredda e della competizione militare tra Stati Uniti e U.R.S.S. Per le due superpotenze lo sviluppo di missili sempre più potenti è una tappa della corsa agli armamenti.
L’inizio di questa insolita competizione vede, a sorpresa, i russi in testa: è Mosca a lanciare nel 1957 il primo satellite spaziale, lo Sputnik 1. Poco più di una palla di metallo in grado di emettere solamente un ritmico bip bip, lo Sputnik rappresenta uno smacco psicologico per gli avversari, oltre che una sorta di biglietto da visita per il mondo intero che, nottetempo, può intravederlo sfrecciare in cielo. I russi mettono a segno un altro punto nel 1961, con l’invio di Gagarin nello spazio, battendo nuovamente gli americani. Si racconta che nel rientro del russo non tutto andò liscio e che si paracadutò nei pressi di uno sperduto villaggio, rispondendo a dei contadini con la frase “vengo dallo spazio”.
Da qui parte il graphic novel “Da quassù la Terra è bellissima”, di Toni Bruno, in cui il cosmonauta Akim Smirnov è evidentemente una trasposizione a fumetti proprio di Gagarin. Lo rivelano sin dalla prima pagina sia la frase pronunciata nello spazio, “da quassù la Terra è bellissima” (che dà il titolo al volume), sia il nome in codice “cedro”, lo stesso usato da Gagarin durante la missione. Ma dopo il ritorno sulla Terra le due figure vanno a dividersi, poiché a Bruno interessa sviscerare un punto particolare, che non riguarda solo Gagarin, ma tutti gli astronauti del mondo e persino i non astronauti: la forza e la fragilità dell’uomo nell’affrontare imprese più grandi di lui. Emblematico lo strillo in quarta di copertina del volume: “il componente più importante di un razzo puntato verso il cosmo è il suo pilota. Se si rompe, chi chiameranno ad aggiustarlo?” Già, perché a prescindere dalla tecnologia (che all’epoca era comunque abbastanza raffazzonata) alla fine è sulle spalle dell’uomo che l’adopera la responsabilità dell’esito dell’impresa, con tutte le pressioni psicologiche che ciò implica. Così, Akim soffre di un disturbo post traumatico da stress, che gli impedisce di affrontare nuovamente i durissimi test a cui deve continuamente sottoporsi un cosmonauta, rivelando ferite interiori difficili da curare. Ma Akim è un eroe dell’Unione Sovietica della Guerra Fredda, che non può certo permettersi di rivelare al mondo che il suo rappresentante più famoso è schiacciato dalla paura. Torna la domanda: chi può riparare un uomo? Qui arriva il colpo di genio di Bruno, un po’ azzardato a dire il vero, ma a ogni opera bisogna concedere un po’ di elasticità creativa. L’autore immagina che a curare il maggiore Akim Smirnov venga chiamato un americano, lo psicologo Frank Jones. Il confronto tra i due, quindi, diviene anche un confronto tra due mondi, quello russo e quello statunitense, in un periodo certo non facile per i rapporti tra le due superpotenze sempre sull’orlo di un conflitto di scala planetaria. Tra l’altro, anche lo psicologo ha i suoi problemi psicologici, soffrendo di nevrosi e attacchi di panico. La personalità e il passato dei due emergono un poco alla volta, un tassello dopo l’altro, svelandone i mondi interiori, mentre il mondo esterno con le sue tensioni certo non li aiuta in questo difficile compito. Il tutto seguendo una scansione narrativa precisa come un meccanismo a orologeria, una vignetta dopo l’altra, rigorosamente rettangolare, una tavola dopo l’altra, dalla colorazione azzeccata e legata a stati d’animo e situazioni. Mentre Frank Jones cura Akim Smirnov, è come se quest’ultimo ricambiasse, o quantomeno costringesse lo psicologo a un cambio di prospettiva, portandolo a indagare anche sulle cause del proprio disagio. Dopotutto, anche se appartenenti a mondi diversi, collocati su fronti opposti di una barricata, gli uomini sono sempre uomini e le loro fragilità possono assomigliarsi. Un graphic novel basato soprattutto sui dialoghi, il ritratto di un tempo vicino e lontano al medesimo tempo, un suggerimento a guardare altrettanto bene dentro di sé oltre che fuori di sé, perché riparare un missile è più facile che riparare un essere umano. 



Toni Bruno
Da quassù la Terra è bellissima
Bao Publishing
pp. 208
euro 20,00


sabato 31 dicembre 2016

MARKETING STITICO

Nel mondo dei fumetti il marketing è visto spesso in modo sospetto, come qualcosa di avulso o addirittura deleterio. Ricorda anni fa Ferruccio Alessandri pronunciare questa frase: "ora dirò una parolaccia: marketing!" Al contrario, penso che possa essere molto utile. Se sfruttato bene però, con buone idee. Mi sembra, invece, che in Italia sia dir poco "stitico". Pochissime e talvolta anche sbagliate le promozioni in ambito fumettistico. Penso più che altro a grandi e medi editori, i piccoli fanno già abbastanza fatica a stare in piedi (e hanno già parecchi problemi con una distribuzione che fa acqua da tutte le parti). Evito di dilungarmi (ho già abbastanza nemici), mi limito postare un po' di immagini di librerie giapponesi, alle quali gli editori nipponici forniscono materiali vari (poster, sagome di cartone, peluche, gadget in plastica) a tema. Il manga da promuovere, ben esposto e supportato da tali oggetti spicca immediatamente in mezzo alle pile di libri. Non si tratta di iniziative molto costose (ricordate, non parlo di piccoli editori), ma pensate e seguite sul campo.













venerdì 23 dicembre 2016

IDEA REGALO

Ultimo giorno per acquistare regali di Natale. Ecco un piccolo suggerimento. I testi di apertura e chiusura sono del Castellazzi, i fumetti sono Disney. Due garanzie…




martedì 20 dicembre 2016

sabato 19 novembre 2016

SI PUÒ RACCONTARE TUTTO

Coi disegni (e quindi anche coi fumetti) si può raccontare qualsiasi cosa. Anche come fare una zuppa di verdure. Tavole tratte dalla rivista olandese Flow (edizione internazionale), che non si occupa di fumetti. Testi di Caroline Buijs, disegni di Ruby Taylor.



SI DÀ IL CASO CHE


Dove si trova casa nostra? Domanda apparentemente semplice, se ci si riferisce solamente a un’indicazione topografica, ma decisamente più complessa se mira al “cuore” della questione, all’individuazione del luogo, non solo fisico, nel quale ci si sente maggiormente a proprio agio, di cui si condividono cultura e ideali. Il luogo, insomma, nel quale non solo si soggiorna (dormendo, mangiando e via dicendo) ma al quale si sente di “appartenere”. Chi scrive spesso usa la frase “la mia casa è dove appoggio il mio zaino”, ma si tratta, evidentemente, di un’espressione semplicistica e un po’ a effetto. La nostra casa può trovarsi molto lontana nello spazio e persino nel tempo da dove viviamo fisicamente. Se per motivi vari la vita ci ha portato ad abitare a grande distanza dai luoghi nei quali siamo cresciuti, qual è ora la nostra casa? Quella in cui ci siamo formati e che ci ha dato i ricordi, la lingua (nel senso di idioma), l’appartenenza culturale, persino i gusti culinari, o quella in cui abitiamo ora, con abitudini, parole, tradizioni che possono anche essere completamente differenti. Pare quasi che la domanda “dov’è la tua casa?” cominci a somigliare in modo impressionante alla domanda “chi sei?”. 
Tali quesiti scorrono sotterranei, ma potentissimi, lungo tutta la graphic novel Si dà il caso che, nella quale appare evidente che l’autore Fumio Obata ha inserito molti elementi autobiografici. Per quanto la protagonista sia una donna, la giovane giapponese Yumiko, mentre Obata è un uomo, i due condividono le origini nipponiche e un trasferimento a Londra per motivi di lavoro che si trasforma in permanenza stabile per questioni affettive, culturali, emotive.  
Yumiko è una designer e nelle prime tavole spiega “Sono giapponese e di tanto in tanto torno ancora in Giappone. Ma, qui, Londra, è casa mia.” Casa sua… O almeno ne è convinta. Perché, come spesso capita, la vita ci dà degli strattoni e ci costringe a riflettere anche su ciò che vogliamo evitare. La morte improvvisa, per incidente, del padre obbliga Yumiko a un ritorno precipitoso nella sua città natale, e a un confronto con la sua “vecchia” casa e il suo “vecchio” io. Comincia così un balletto narrativo temporale, grazie a flashback che portano la protagonista avanti e indietro nel tempo, per confrontarsi coi ricordi, con le aspirazioni, col suo stesso essere giapponese. La storia è intrisa di giapponesità, nei pensieri, nei comportamenti, nei rituali che talvolta hanno perso il loro significato originario. Yumiko è intelligente, poiché si pone delle domande, perché riflette sul suo destino, influenzata dal dolore della perdita, dalle pressioni della società (e quelle della società giapponese sono particolarmente forti), ma abbastanza lucida da non farsene soggiogare, perché è ormai chiaro che è figlia di due mondi. Come le tavole che la ritraggono, grandi e ordinate come quelle europee, ma ricche di silenzi e gestualità come quelle nipponiche. Con un disegno solo apparentemente semplice, al contrario attento al dettaglio e all’equilibrio della vignetta come della tavola, in grado di soffermarsi sia sulla visione d’insieme che sul particolare, poiché l’una non esiste senza l’altro. L’uso del colore, poi, è suggestivo e studiato, con tinte che sfumano una nell’altra e flashback che staccano dal resto puntando sul monocromatismo. Si dà il caso è il tipico volume a fumetti che si potrebbe acquistare d’impulso in libreria, dopo averlo sfogliato, proprio per la qualità del disegno, per la suggestione dei suoi paesaggi asiatici, per l’incanto degli scorci cittadini. Ma poi, leggendolo, ci si renderebbe conto che è ancora più valido sul piano narrativo, e che, in fondo, parla di ognuno di noi, o perlomeno di tutti coloro che almeno una volta nella vita hanno dovuto cambiare il luogo e il modo di vivere.    
Forse noi esseri umani siamo come alberi. Le nostre radici sono piantate saldamente a terra e noi non possiamo farne a meno, poiché ci forniscono il nutrimento, ci permettono di crescere. Ma i nostri rami si tendono verso il cielo, lontani dal terreno, guardando al futuro. Probabilmente abbiamo bisogno di entrambe le cose ed escludere una parte o l’altra dell’albero porterebbe alla morte dello stesso. Non possiamo che ringraziare Obata per averci fatto riflettere su questo, in una graphic novel che ha saputo rendere universale il personale come solo i bravi narratori sanno fare.    

Fumio Obata
Si dà il caso che
Bao Publishing
pp. 164, euro 19,00


mercoledì 19 ottobre 2016

UOMINI O ROBOT?


È il 1921 quando lo scrittore ceco Karel Capek usa per la prima volta il termine robot (dalla radice cecoslovacca robota, "lavorare") per una sua opera teatrale dal titolo R.U.R. (Rossum's Universal Robots) in cui appaiono esseri non umani col compito di servitori. Creature artificiali, inizialmente non meccaniche, in realtà erano già apparse nel mondo della letteratura. Basti pensare al cane artificiale degli Argonauti e alla leggenda di Dedalo, al mito di Pigmalione e la sua Galatea, al gigante di bronzo Talos e al vero archetipo del robot, il Golem della tradizione ebraica. Nel XVIII secolo poi, l’era industriale trasforma la semplice "creatura artificiale" in "meccanica" o “elettrica". Tra la fine dell'Ottocento e dei primi del Novecento, sono tantissime le opere e gli autori (tra gli altri Jules Verne ed Edgar Allan Poe) che trattano l'argomento miscelando gli entusiasmi e i timori legati allo sviluppo scientifico. Esempio eclatante di tali sentimenti contrastanti è il celeberrimo Frankenstein (1818) di Mary Shelley, che si ribella al suo creatore. Grazie a lui, fino al 1939 i robot letterari soffrono di quello che è stato definito il "complesso di Frankenstein", secondo il quale queste macchine vanno contro le leggi naturali e divine, e sono quindi destinate a ribellarsi all'uomo. La situazione cambia, appunto, nel 1939 quando Eando Binder (pseudonimo collettivo dei fratelli Otto ed Earl Binder, all’epoca usato dal solo Otto) scrive il racconto Io, Robot (che in seguito verrà riutilizzato per una raccolta a tema di racconti di Isaac Asimov) in cui l'essere meccanico del titolo è un robot senziente ingiustamente perseguitato: la situazione si è capovolta, la macchina è innocente, gli esseri umani i malvagi. In seguito i robot proliferano nella letteratura di genere, la spesso sottovalutata fantascienza, ma diventano protagonisti, comparse, eroi e vittime anche di moltissimi fumetti e film. In questi anni duemila, quando i robot sono ormai diventati realtà (citiamo il solo robot giapponese Asimo a titolo di esempio), sembra che tutto sia stato detto sul tema. In effetti, anche recenti pellicole come Automata (del 2014), seppur stilisticamente perfette, fanno fatica a trovare spunti inesplorati. Gli autori dei vari media, tuttavia, non demordono e aggiungono costantemente nuovi tasselli, nuove opere, a un puzzle ormai gigantesco.
Lo fa anche Robotics, fumetto in divenire formato da racconti brevi leggibili autonomamente, ma incastrati in un complesso meccanismo narrativo e visivo che porta sulla carta un intero mondo, quello della Terra del futuro ormai condannata dagli abusi della razza umana. Un nuovo virus, incurabile e inarrestabile, stermina gli uomini e l’unica speranza consiste nel trasferire le proprie menti, le proprie coscienze, all’interno di corpi robotici. Ben presto, nessun piede in carne e ossa calpesta il suolo terrestre ormai devastato e desolato, ma solo gli arti metallici di coloro che un tempo erano uomini. In un certo senso viene ribaltato il presupposto che reggeva le storie di robot precedenti: mentre prima i robot anelavano a diventare uomini, in questo caso sono gli uomini che anelano a diventare robot. A rigor di logica, le nuove “creature” non dovrebbero essere classificate come robot, ma come cyborg (mezzi robot e mezzi umani) o androidi (esseri meccanici dalle fattezze antropomorfe), tuttavia, pare che il passaggio da organico a inorganico non sia così perfetto, che grandi parti della memoria vadano perdute, che la stessa coscienza si inaridisca. Alcuni robot si recano persino alla ricerca di un loro simile, chiamato Dreamer poiché in grado di restituirgli una capacità ormai perduta, quella di sognare. Acquista quindi senso la domanda che aleggia lungo le tavole: “eterni e indistruttibili, siamo ancora vivi, ma a quale prezzo?” Cosa fa di un essere vivente un essere umano? Certamente non la sola fisicità, non la sola organicità, ma la totale eliminazione di quest’ultima che conseguenze può avere su tutto il resto? Domande che forse troveranno risposta nel corso della lettura, o forse no, dopotutto la migliore narrativa non è quella che fornisce risposte, ma quella che solleva dubbi. Come fa per ora Robotics, col suo tratto cupo in parte in antitesi con l’idea stessa di robot, metallico e scintillante, ma in linea col greve mondo che deve raffigurare. La presenza di più disegnatori rende un po’ farraginoso il tutto, ma la rappresentazione dei robot, fulcro dell’opera, è azzeccata. Non manca l’inserimento del “cattivo” da contrastare, fondamentale in una storia che deve comunque mantenere una struttura avventurosa, e diverse sottotrame legate a differenti personaggi, che rendono il tutto maggiormente sfaccettato e intrigante. Nell’affollato panorama di storie robotiche, Robotics riesce insomma dire la propria, e lo fa in modo convincente. 



Paul Izzo, Claps Iemmola, Giacomo Pilato, Gaetano Matruglio
Robotics
Shockdom
pp. 80
euro 8,00